Incontri di discernimento e solidarietà
 
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LO SPOSO, LA SPOSA


un canto nuziale

Il salmo 45 è l’unico canto a cui compete in senso pieno il titolo di epitalamio: un canto nuziale, preparato per una cerimonia di nozze. Il sovrano siede sul trono in attesa che gli sia presentata la principessa, che sarà sua sposa. E’ possibile andare a scrutare diversi episodi della storia del popolo di Dio e individuare questa o quell’altra figura; fatto sta che il salmo 45 già nella tradizione ebraica, e poi in modo esplicito nella tradizione cristiana, è letto come salmo messianico. Le nozze che qui ci vengono annunciate sono le nozze del Messia con il popolo.

Il salmo 45 costituisce un invito a affacciarci sulla storia della salvezza come sull’incontro nuziale tra colui che regna in nome di Dio e l’umanità che è chiamata a condividere la sua regalità, la sua gloria, la sua pienezza di vita.

deesis

Leggiamo il salmo 45 tenendo conto di una particolare relazione tra il testo che abbiamo sotto gli occhi e una composizione iconografica che in greco si chiama deesis. Al centro c’è il Signore intronizzato: il Figlio, disceso e risalito, l’Agnello immolato e trionfante. L’Apocalisse ci mette sull’avviso: l’Agnello è lo sposo; le nozze dell’Agnello sono ormai preparate. Accanto al Signore che siede sul trono, elemento centrale di questa composizione, alla sua sinistra, in piedi, leggermente inclinato, c’è Giovanni Battista, l’amico dello sposo (Gv, v. 29): "non sono io il Messia, io sono l’amico dello sposo, e debbo diminuire, lui deve crescere".

Alla destra di colui che siede sul trono, c’è la madre dello sposo. Il termine che serve a identificarla in questa composizione iconografica, nella tradizione orientale è deesis, preghiera. Preghiera nel senso di tutta una tensione, di tutto un movimento che conduce all’incontro con il Vivente. La preghiera è un itinerario che struttura dall’interno il disegno della storia umana e fa di essa il tempo della preparazione alle nozze, il tempo del fidanzamento.

La storia umana è preghiera, la storia umana è cammino verso l’incontro con lo sposo, l’umanità si prepara. La festa delle nozze intanto è stata annunziata: lo sposo è pronto, gli invitati sono sollecitati ad accorrere.

Un elemento costitutivo di questa composizione iconografica, che non compare raffigurato sulle tavole di legno, è costituito da coloro che osservano questa immagine e, osservandola, constatano di essere in cammino verso l’incontro con lo sposo già intronizzato ed in attesa. Non a caso questa composizione iconografica nelle chiese orientali sta nell’abside, sullo sfondo della chiesa; coloro che si muovono lungo il percorso dell’edificio liturgico rappresentano quel popolo che è la chiesa, avanguardia a sua volta dell’umanità intera, ossia sono coloro che constatano di essere invitati alle nozze non solo come osservatori, ma come la fidanzata che si prepara all’incontro. Noi siamo in cammino verso questa realtà, verso questa pienezza che costituisce il compimento della storia umana e che già annuncia a noi l’avvento del giorno che non tramonterà.

Man mano che la Chiesa celebra il giorno del Signore di Domenica in Domenica, man mano che il popolo cristiano viandante nel corso della storia e disperso in ogni angolo della terra si raccoglie nella comunione; man mano che la storia dell’umanità si struttura come deesis, come preghiera, ecco che si sta preparando per andare incontro allo sposo. La fidanzata si fa avanti.

Ci sono già due presenze che ci orientano e ci accompagnano, due argini ai quali possiamo appoggiarci nella nostra ricerca: l’amico dello sposo, la madre dello sposo.

Mentre l’amico dello sposo sta dialogando con lo sposo; la madre dello sposo è già in grado di ingaggiare una conversazione intima, affettuosa, la fidanzata in arrivo. Siamo noi, la Chiesa, e con essa, tutta la moltitudine umana.

un dittico

Il salmo 45 è un canto nuziale; esso si suddivide in due sezioni principali; nella prima sezione ci viene descritta la figura dello sposo, nella seconda la figura della fidanzata in arrivo.

Queste due figure sono incorniciate all’interno di una inquadratura redazionale: si presenta a noi uno scriba che commenta quel che sta avvenendo.

V 2, e primo elemento della cornice: uno scriba si rivolge al Re, lo sposo in attesa, che siede sul trono; è l’amico dello sposo, uno scriba. Questo personaggio - l’amico dello sposo - assume il nome di Giovanni il Battista. E’ lui che deve diminuire affinché il Messia cresca; è lui che già è in grado di dialogare senza impedimenti, in una vicinanza matura, trasparente con lo sposo intronizzato.

Dal v. 3 fino al v. 9 c’è la descrizione dello sposo. Il testo si articola in tre strofe. Un verso fa da intermezzo tra la descrizione dello sposo e la descrizione della fidanzata, esattamente il v. 10: "Figlie di Re stanno tra le tue predilette, alla tua destra la Regina in ori di Ofir". E’ è consigliabile una piccola correzione al testo: "Figlie di Re ti vengono incontro, in piedi alla tua destra la Regina in ori di Ofir". La Regina di cui si parla qui è la Regina madre. Osserviamo la deesis: in piedi alla destra la Regina in ori di Ofir. E’ la madre dello sposo. In ebraico è usato il termine chegal.

Nella seconda sezione del salmo c’è la descrizione della fidanzata (v. 11-17). Di nuovo nel v. 18 lo scriba che illustra l’avvenimento e ci propone elementi decisivi per l’interpretazione di ogni cosa. E’ lui che ci presenta i personaggi e che ci inquadra all’interno di questa ampia composizione letteraria.

Il salmo 45 potrebbe essere riproposto in termini iconografici a modo di un dittico: due pannelli di una composizione opportunamente incorniciata: lo sposo, la fidanzata. In realtà le cose non stanno così: la descrizione dello sposo ci presenta un personaggio che sta, è al suo posto, in attesa; la descrizione della fidanzata, invece, ci presenta un personaggio in movimento, in arrivo, in preparazione.

La fidanzata non può essere collocata accanto allo sposo in una posizione contigua e giustapposta: lo sposo sta al suo posto; noi, la sposa, ci incamminiamo, procediamo di tappa in tappa verso l’incontro.

lo sposo

Ritorniamo indietro e leggiamo il salmo 45. Lo scriba si presenta, è l’amico dello sposo: «Effonde il mio cuore liete parole, io canto al re il mio poema, la mia lingua è stilo di scriba veloce» (v. 2)

Il suo è un impegno totale: riguarda il cuore, il volto, la bocca con cui sta cantando, la mano. Il poema che viene composto sarà fermato sulla tavoletta e potrà essere ancora cantato, opportunamente modulato, man mano che gli eventi matureranno nel corso della storia umana. Saranno sempre eventi relativi alla festa nuziale che è annunciata.

L’amico dello sposo è colui che, mentre si impegna con tutta la sua sapienza profetica, con tutto l’ardore del suo animo, recede dinanzi allo sposo che è il protagonista. Io canto al Re il mio poema: ecco il protagonista.

E adesso la descrizione dello sposo: "Tu sei il più bello tra i figli dell’uomo, sulle tue labbra è diffusa la grazia, ti ha benedetto Dio, per sempre".

Lo scriba celebra la bellezza dello sposo: una bellezza inimitabile, irraggiungibile, che supera ogni misura di cui la nostra condizione umana abbia mai fatto esperienza. Lo spettacolo che qui viene delineato nella sua affascinante bellezza, non soltanto rapisce lo sguardo per questa superlativa qualità estetica; lo spettacolo viene determinato dalla osservazione che segnala l’atteggiamento dello sposo: «sulle tue labbra è diffusa la grazia». Questo particolare non è affatto indifferente: le labbra sono lo strumento di cui si serve il Sovrano per esercitare la sua autorità: dalle labbra del padrone pende il servo, dalle labbra del Sovrano la disposizione di ogni cosa. E’ il Figlio che siede sul trono. L’autorità del Padre attraverso di lui viene instaurata. Una bellezza autorevole: non ha nulla di dolciastro, di evanescente. E’ una bellezza totalmente dichiarata, senza segreti. Essa non si raggomitola in sé stessa, evocando chi sa quale fondo inesplorato. E’ una bellezza puntuale, intraprendente, del tutto trasparente.

Oltretutto questa bellezza è dotata di efficacia operativa, "Ti ha benedetto Dio per sempre", una fecondità inesauribile. E’ una bellezza che ci prende, ci coinvolge; è una bellezza che ci domina e, nello stesso tempo, è un dominio che ci illumina, che ci trascina in un’impresa. La bellezza del Re nel giorno delle Sue nozze, di Colui che esercita una autorità dotata di efficacia definitiva. Lo sposo è il protagonista e in questo protagonismo consiste la sua bellezza.

Lo scriba prosegue nella descrizione dello sposo con la seconda strofa, nei vv. 4-6 "Cingi, prode, la spada al tuo fianco, nello splendore della tua maestà ti arrida la sorte, avanza per la verità la mitezza la giustizia. La tua destra dimostri prodigi, le tue frecce acute colpiscono al cuore i nemici del Re, sotto di te cadono i popoli". L’amico dello sposo descrive il valore straordinario di questo personaggio: un guerriero vittorioso. Questo guerriero ha validamente sostenuto la battaglia, ed ora trionfa. Bisogna che non ci sfugga l’essenziale di questa descrizione. Intanto questo guerriero è del tutto solo nel compiere l’impresa di cui è protagonista: non ha un esercito con sé, non ha dei seguaci, dei collaboratori; e in più la vittoria che egli ha riportato si è realizzata senza conflitto: per il fatto stesso di essersi presentato con lo splendore della sua maestà, ha sbaragliato gli avversari; è vittorioso in quanto ha rimosso il combattimento; ha vinto in quanto ha esaurito la necessità di far guerra. "Sono venuti meno i nemici, sono spazzati via", sono svuotati di contenuto. Uno strano modo di vincere, questo.

verità mitezza giustizia

Avanza e trionfa . Proprio qui, nel cuore della strofa, nel v. 5, vengono messe in evidenza le armi di cui si serve questo guerriero: "la verità, le mitezza, la giustizia". Queste sono le armi di cui egli si avvale per sbaragliare qualunque avversario: nessuno è in grado di resistere al suo passaggio, tutti arretrano e si dispongono sui lati della sua avanzata trionfale, divengono tappeto al suo trionfo. Le sue armi vittoriose? La verità, la mitezza, la giustizia. La verità è la sua stabilità, la sua fedeltà, la sua coerenza. La giustizia è il termine con cui si allude alla sua particolare capacità di tessere relazioni e di entrare in rapporto con le situazioni di difficoltà, di disagio. E’ giusto. Al centro di tutto, al centro di questa terna nelle nostre traduzioni leggiamo: mitezza. Il sostantivo usato è anawaw. Questo è uno dei pochissimi testi dell’Antico Testamento in cui compare e lo possiamo anche tradurre con il nostro povertà.

La povertà in greco diventa prautes. Mitezza, traduce la Bibbia: mansuetudine. L’arma vittoriosa del guerriero è la sua mansuetudine, la sua povertà. E’ trionfante perché ha cooperato nella storia degli uomini in modo da assumere la posizione del piccolo, dell’umile, dell’ultimo, del povero. E’ vittorioso il guerriero trionfante in quanto è un Re crocefisso; è l’Agnello sgozzato, proclama Giovanni nell’Apocalisse, è l’Agnello che, in quanto sgozzato, ha assunto la posizione adatta per reggere il peso dell’Universo. E’ colui che è disceso in fondo all’abisso, che nella sua mansuetudine ha condiviso la miseria della condizione umana fino al limite estremo. Ecco dove risiede la forza valorosa della sua vittoria, ecco perché trionfa: nella sua mansuetudine ha preso su di sé il peso di tutto e di tutti.

Stiamo osservando il personaggio aiutati dallo scriba e siamo costretti a constatare questa strana dimostrazione del prestigio che gli compete in quanto guerriero vittorioso: è il povero per eccellenza, è colui a cui il titolo di povero compete in misura esemplare; è il vero povero, per questo ha vinto, per questo ha combattuto e ha trionfato, regna per questo, perché nella sua povertà è stato caricato di tutto il peso. Per questo vince. La storia umana gli casca addosso, il mondo è assunto da lui, il peso di ogni creatura. Nella sua mansuetudine c’è la regalità crocefissa e gloriosa dello sposo.

Il nostro scriba ci sta presentando lo sposo, e quando dice dello sposo che è il povero, sta dicendo di lui che è ormai pronto per le nozze; proprio in quanto è povero è in grado di entrare in relazione con ogni creatura di questo mondo, con ogni realtà umana, con ogni frammento della storia umana. Ha raggiunto quella posizione di mansuetudine che gli consente di presentarsi a noi come sposo che potrà condividere una relazione di intimità, d’amore senza remore, senza ritrosie, senza impedimenti, quale che sia la miseria che contrassegna la nostra condizione. E’ lo sposo, il Re crocefisso, pronto per le nozze. Strano: i versetti che abbiamo sotto gli occhi, mentre ci descrivono il guerriero, ci aiutano a contemplare il disarmato. Il vittorioso e l’indifeso, il Re e il Servo che, nella sua mitissima povertà è pronto ormai per essere sposo aperto alla comunione con ogni realtà umana.

il profumo ed il canto

E siamo alla terza strofa, nei vv. 7, 8 e 9: "Il Tuo trono, Dio, dura per sempre, è scettro giusto lo scettro del Tuo Regno, ami la giustizia e l’empietà detesti: Dio, il Tuo Dio, Ti ha consacrato con olio di letizia a preferenza dei tuoi eguali, le tue vesti sono tutte mirra, aloe e cassia, dai palazzi di avorio ti allietano le cetre".

Adesso il nostro scriba ci aiuta a considerare un altro elemento che noi abbiamo dato per scontato fin dall’inizio, l’intronizzazione dell’Erede. Il giorno delle nozze, è anche il giorno della sua intronizzazione.

"Tu, che siedi sul trono e che sei dotato di scettro regale, Tu che intervieni per la giustizia, detestando l’empietà, tu sei il Messia, Tu sei L’Unto, Tu sei il Consacrato, Tu sei il Cristo". "Dio, il Tuo Dio ti ha consacrato con olio di letizia, a preferenza dei Tuoi eguali".

Il personaggio che stiamo contemplando è caratterizzato da questo effluvio di profumi. L’Unto è colui su cui è stato versato l’unguento prezioso e il profumo che egli emana dilaga nell’universo divenendo motivo di attrazione inconfondibile. Tutto l’universo è pervaso dal profumo che egli emana e che esprime una singolare capacità attrattiva: l’Unto, il Cristo, è colui che ha lasciato una scia odorosa del suo passaggio, di modo che tutta la creazione gli va incontro come avvolta, risucchiata, da questa nuvola odorosa. L’umanità intera è sollecitata dal compiacimento di inseguire questo profumo. E’ passato di qua e noi lo stiamo inseguendo.

Anche questo profumo è nota caratteristica dello sposo: una capacità di relazione che dilaga in tutte le direzioni, nel tempo e nello spazio. Il Cristo attira a sé ogni creatura. "Le tue vesti sono tutte mirra, aloe e cassia" (v. 9): questa strofa non soltanto dà risalto al coinvolgimento olfattivo che ci riguarda, qui è esplicita l’allusione ad un diluirsi di note musicali, un coinvolgimento sonoro "dai palazzi di avorio Ti allietano le cetre".

Il profumo si espande e da un ambiente appartato dietro qualche paratia proviene un arpeggio e il suono musicale dilaga, uscendo da quello spazio luminoso e intensamente profumato della reggia. Questo suono si espande in modo da raggiungere località remote, là dove pure è possibile già udire a distanza la melodia di quella musica: "dai palazzi di avorio ti allietano le cetre".

Qui è la svolta: mentre la fidanzata è in viaggio, si odono le note di questa musica che allieta coloro che sostano nella reggia. In relazione all’Unto, al Consacrato, al Profumato, tutti gli spazi dell’universo sono coinvolti, non solo perché il suo profumo dilaga, ma perché risuonano le note di quella musica regale, note che sono udibili a distanza e che orientano coloro che ancora non vedono, che ancora non toccano, che ancora non sono presenti.

Un suono si fa udire ed è arpeggio di cetre proveniente dalla reggia del Cristo. Vedete come attorno a questo personaggio tutto si muova: profumo e musica, attrazione e richiamo, con un vortice ventoso che ci trascina incontro a lui. Il vento soffia e i profumi vengono così esaltati. I suoni ci interpellano in modo sempre più preciso, insistente. Un messaggio, una voce che chiama, una parola che si fa umile. Ed ecco la svolta.

la sposa

"Figlie di re ti vengono incontro in piedi, alla tua destra, la regina in ori di Ofir". E’ il giorno del Figlio intronizzato, consacrato, unto per le nozze; è il giorno della regina madre. E’ la madre che assume in pienezza il ruolo della Regina. E’ proprio lei che si rivolge alla principessa in arrivo, la fidanzata. "Ascolta figlia" (vv. 11 e 12) E’ un messaggio delicato, sussurrato, affettuosissimo alla fidanzata in arrivo. La madre dello sposo parla alla fidanzata, l’incoraggia, le insegna come deve fare. L’amico dello sposo parla con lo sposo di quel che sta succedendo, parla di noi; la madre dello sposo parla con la sposa, parla con noi di lui. "Ascolta figlia, guarda, porgi l’orecchio, dimentica il tuo popolo, la casa di tuo padre, al Re piacerà la tua bellezza. Egli è il tuo Signore, prostrati a lui."

Ascolta, figlia, è un invito che risuona insistentemente nella letteratura sapienziale e in altri luoghi della rivelazione biblica. Ascolta, figlia: è interpellata nell’intimo questa creatura che avanza, segnata da molte incertezze, dubbiosa e restia. Così si apre la Regola di San Benedetto, testo capitale nella tradizione spirituale dell’Occidente: ascolta. Ascolta figlia, guarda, porgi l’orecchio e intanto la musica lontana, ma inconfondibile, già si fa udire. Ascolta figlia, porgi l’orecchio, scruta l’orizzonte e vedrai un barlume di luce, dà fiducia alla voce che già attrae il tuo cuore.

"Dimentica il tuo popolo e la casa di tuo padre, al Re piacerà la tua bellezza". Questa creatura dev’essere incoraggiata. Alle spalle, nel passato di questa creatura c’è un’altra casa, c’è un altro popolo, c’è una identità sospetta e problematica. Quando la madre suggerisce alla fidanzata in arrivo di dimenticare la casa di suo padre, questo non significa rinnegare la provenienza, significa che questa creatura in arrivo deve rendersi conto come proprio la sua realtà esotica, la sua estraneità, la sua provenienza da un’origine così remota, così diversa, proprio questo piace al Re. Al Re piace la tua bellezza, è una bellezza oscura e indecifrabile. Nel Cantico dei Cantici si dice: sono scura di pelle. Così canta la creatura amata che ha preso slancio confidando nel diletto, che si compiacerà di una bellezza segnata da elementi d’ombra. Al Re piacerà la tua bellezza, è il tuo Signore, prostrati a lui. E’ la bellezza della nostra condizione umana, nella varietà dei suoi aspetti, nelle molteplici fisionomie dei volti e dei sentimenti e delle situazioni vissute; una bellezza che il Re vuole attirare a sé.

Lo sposo è poverissimo, cerca proprio la tua bellezza. L’Evangelo è poverissimo, perché cerca proprio te, la tua condizione umana, la tua fatica di creatura arrancante, ansimante, in qualche periferia del mondo; cerca proprio il tuo linguaggio, la tua cultura, il tuo modo di essere, con tutto quello che comporta. Al Re piacerà la tua bellezza. La bellezza umana piace al Re perché è lo sposo povero che abbiamo contemplato precedentemente: solo quello sposo povero può evangelizzare la bellezza dell’umanità; solo l’Evangelo, nella sua radicale povertà, evangelizza le culture dell’umanità.

Nella seconda strofa (v. 13 -v. 16), attorno alla fidanzata viene descritto un corteo. E’ un corteo tumultuante: tutto si muove, tutto si agita. Come la bellezza della sposa è diversissima dalla bellezza che avevamo ammirato contemplando lo sposo; così nella seconda strofa si presenta il corteo e il grande tumulto. Si vede la presenza di una moltitudine di gente, di bagagli , di corredo, di cui farà offerta allo sposo.

E non c’è dubbio che questi versi ci aiutano a contemplare in un unico colpo d’occhio tutto il cammino della storia umana, i popoli e le culture, le civiltà nella loro complessa articolazione. Si vedono anche le realtà smarrite, i popoli perduti, civiltà sepolte, dimenticate: tutto è raccolto lungo il percorso da questo corteo che trascina con sé questa dote che deve essere presentata come offerta per la festa delle nozze.

"Da Tiro vengono portando doni": i più ricchi del popolo cercano di scrutare il volto della fidanzata in segno di vicinanza, amicizia, di solidarietà. In questo confuso procedere del corteo la fidanzata è raccolta in se stessa, tutta presa da una necessità di riflessione interiore. Il v. 14 dice: la figlia del Re è lei. Si dovrebbe tradurre: "La figlia del re, tutta splendore, entra, tessuto d’oro è il suo vestito." Entra, nel senso che sta varcando una soglia che ormai si avvicina, che sta passando al di là di quella barriera che ancora la tratteneva. In un senso molto più intenso e profondo, la figlia del Re, man mano che procede nel suo cammino di avvicinamento, è sempre più raccolta in se stessa, è sempre più presa dalla necessità di dedicarsi a quell’ascolto per il quale è stata invitata fin dall’inizio dalla madre dello sposo: ascolta, figlia. Così i Padri della chiesa commentano questo versetto.

La figlia del Re è sempre più presa dalla risonanza interiore del richiamo che ha ricevuto. Sì è presentata al Re in preziosi ricami insieme con altre compagne, guidate in gioia e in esultanza. Il corteo che accompagna la fidanzata raccoglie lungo il percorso la partecipazione di molti. E’ storia degli uomini. Come insistono i Padri della Chiesa, sono i molteplici doni dello Spirito Santo che vengono man mano valorizzati perché tutta la creazione confluisca per la festa delle nozze.

Lo Spirito Santo è all’opera, soffia, è il vento che propaga la delicatezza dei profumi, che sollecita l’avanzata, che esalta i colori, che riscalda gli animi, che raccoglie i dispersi. La principessa raccolta nel suo intimo assume in modo sempre più consapevole la responsabilità di porgere allo sposo verso cui è indirizzata, l’offerta in cui si ricapitola tutto della storia umana. E’ a quello sposo povero che potrà essere offerta la ricchezza che lo Spirito di Dio ha diffuso nell’universo. E’ la povertà dell’evangelo che evangelizzerà le culture dell’umanità si da valorizzarle adeguatamente. Ed è la cultura dei popoli, di ogni popolo del nostro popolo, è la nostra condizione umana che trova il modo per essere valorizzata in pienezza, quando finalmente diviene offerta presentata allo sposo per la festa delle nozze.

Nella seconda strofa leggevamo: lo sposo regna perché è povero, la sposa è ricca ora che sta avanzando in quanto offre ogni dono. L’Evangelo, nella sua povertà, evangelizza il mondo. Ogni realtà di questo mondo è valorizzata, in modo da dimostrare che è davvero dono, dono di Dio, dono dello Spirito Santo, in quanto viene offerta allo sposo per la festa delle nozze.

Il v. 17, terza strofa, aggiunge: "Ai tuoi padri succederanno i tuoi figli, vi farà capi di tutta la terra". Alla fidanzata in arrivo viene annunciata la maternità: ai tuoi padri succederanno i tuoi figli, li farà capi di tutta la terra. Il giorno delle nozze è anche il giorno nel quale viene identificata la madre. La madre dello sposo è già in piedi, alla sua destra. La sposa che avanza, avanza per essere in grado di porgere allo sposo l’umanità di cui egli vuole compiacersi. Cerca nella fidanzata, sua madre, cerca nella fidanzata l’umanità, di sua madre, cerca nell’umanità la madre che gli può ormai stare accanto come sposo nella condivisione della sua pienezza di vita. Un unico respiro, un unico profumo, un’unica parola. Il nostro scriba conclude: farò ricordare il tuo nome per tutte le generazioni.

Così sarà per tutte le generazioni, i popoli ti loderanno in eterno, per sempre. Sarà tuo il Regno perché sarai povera con lo sposo e la tua ricchezza sarà gradita a lui per la festa che lo innamora di te.

La povertà dello sposo evangelizza la fidanzata e la ricchezza della fidanzata rallegra lo sposo; quando la fidanzata sarà pronta ad entrare nel Regno, sarà pronta a condividere la povertà dello sposo e in quella povertà condivisa c’è la gioia di un amore eterno, di un amore vittorioso, di un amore che illumina e benedice la creazione, il mondo e per sempre, e così sia.


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La povertà 1997-98