Incontri di discernimento e solidarietà

Comunicazioni giugno 2000


Carissimi amici,

quest'anno vi ho inviato alcune comunicazioni spirituali: una lettera a mons. Antonelli, una proposta di incontri Maurizio Polverari, un Appello agli umiliati, una lettera a P. Benedetto Calati, con qualche approfondimento di chi vive una forte esperienza contemplativa. In una di queste risposte veniva colto il senso più profondo di quel che mi propongo: un pensiero che scorra silenzioso, senza pubblicità, senza alzare la polvere.

Ora ho pensato di inviarvi qualche comunicazione di esperienze assai diverse in cui si riscontra una singolare sintonia spirituale:

'Vi sono diversità di carismi ma uno solo è lo Spirito; vi sono diversità di ministeri, ma uno solo è il Signore, vi sono diversità di operazioni, ma uno solo è Dio, che opera tutto in tutti' (1 Cor. 12,4-6).

· Il Padre Anastasio Ballestrero, un grande umiliato, poco prima di morire ci offre un discernimento penetrante sul presente e sul futuro della Chiesa, oggi attualissimo.

· La Madre Benedetta Artioli, della piccola famiglia dell'Annunziata, a partire da un'esperienza di contemplazione e di impegno culturale, dà una precisa indicazione per vivere nella quotidianità l'unione con Gesù Cristo redentore dell'umanità.

· I parroci della XXIV prefettura della Chiesa che è in Roma si pongono i grandissimi problemi della pastorale ordinaria e cercano per affrontarli il conforto della comunione ecclesiale che appare gravemente inceppata.

· Un appello politico, a seguito delle elezioni regionali del 16 aprile, nasce da una lunga ricerca, alla luce della parola di Dio, per capire quel che succede nella dimensione sociale della nostra esistenza.

Il prossimo incontro avrà luogo domenica 2 luglio, dalle ore 10 alle ore 13, nell'appartamento comune dell'Associazione M.P., in via Eugenio Torelli Viollier, n. 132.

Faremo il punto del cammino di quest'anno a partire dalla «proposta di incontri M.P. presentata il 24.10.99. E cercheremo ovviamente come proseguire.

Cordiali saluti.
Pio Parisi sj.


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Da "Chiesa in Italia" Annale de ‘il Regno' - Ed. 1997


Il futuro della chiesa


Anastasio Ballestrero


Lunedì della settimana santa 1997. Salire a Bocca di Magra, dal Golfo della Spezia al monastero Santa Croce, è stato percorrere una strada che non conoscevo, per incontrare un uomo che non conoscevo. Si è ritirato qui dal 1989; accudito dal confratello Giuseppe, il carmelitano scalzo Anastasio Ballestrero. Si è ritirato qui a compiere una vita che è un segno per la chiesa italiana e per il suo ordine. Il card. Anastasio Ballestrero è un protagonista della stagione conciliare e post-conciliare che oggi dalla malattia parla col silenzio e la preghiera. Compimento e prova della vita per un testimone. Compimento e invocazione. Invocazione vera quando si conta il dolore, e il male prende tutta la vita ogni momento. Invocazione che vibra la carne nel corpo rigido. Invocazione abbracciata al crocifisso, al petto dell'amore lacerato.

Card. Ballestrero, vorrei domandarle della chiesa. Del futuro della chiesa e della chiesa del futuro.

“Il carisma della Profezia non è il mio. Io non sono profeta. Le mie osservazioni nascono dunque dalla consapevolezza di non poter affermare qualcosa, ma di dover sperare qualcosa. Credo che anche pensando al futuro non si debba dimenticare che la chiesa è un mistero, ed essa è racchiusa come il suo futuro nel mistero di Dio. Forse si potrebbe pensare di leggere il futuro della chiesa guardando al suo passato - è questo un esercizio corretto da un punto di vista storico -, ma in senso teologico, ancora una volta, anche il passato ci pone di fronte al mistero. Questa situazione di non prevedibilità è conforme, oltre che alla natura dell'uomo, all'essenza della chiesa e della fede. Dunque le risposte che possiamo dare sono racchiuse nell'atto di confessare che non sappiamo, ma che crediamo.

Credo nel futuro della chiesa. Credendo adoro, adorando spero, adorando amo. I miei pensieri non esprimono né ottimismo, ne pessimismo in senso storico, ma esprimono soltanto l'umiltà di un credente che accetta il Mistero come un dono e lo custodisce in cuor suo. Il cristiano non dispera della propria salvezza, e allo stesso modo non dispera del futuro della chiesa. In virtù della nostra stessa fede noi siamo resi certi del futuro della chiesa. Noi crediamo infatti - e lo crediamo per tutti - che la chiesa sia la comunità di quanti sperano Mediante Gesù in Dio”.


C'E’ BISOGNO DI ESSENZIALITA’


- Quali sono le principali emergenze, le necessità, le sfide che lei vede nel futuro della chiesa?

“C'è bisogno di essenzialità. C'è bisogno di credere la chiesa, di credere al mistero di Cristo. L'accoglienza di Cristo è l’impegno della chiesa, il solo compito che io conosca. Annunciare il Vangelo e nient'altro che il Vangelo. Dice Paolo: "Non ho altro da annunciarvi che Cristo e questi crocifisso!" (ICor 1,23; 2,2). Questa è l'essenzialità di cui abbiamo ancora oggi bisogno. Credo che le maggiori difficoltà della nostra mentalità moderna consistano nella prospettiva del relativismo radicale. Da questa mentalità nessuno può facilmente chiamarsi fuori. Il rischio di relativizzare il Vangelo è un rischio grave, soprattutto per chi si accinge ad evangelizzare le culture. La stessa fatica che la chiesa sta facenido per il "progetto culturale " ne è la prova. In futuro la chiesa dovrà essere sostenuta nelle sue stesse istituzioni e strutture comunitarie in misura ancora più grande dalla fede dei suoi fedeli. Capisco tutte le programmatiche umane, ma il mistero della chiesa non può essere ridimensionato. Fare un idolo del temporale è cosa vana”.

- Mi parli della solitudine. Della solitudine dell'uomo di chiesa, della sua solitudine nella chiesa e per la chiesa.

“Credo la chiesa, amo la chiesa, spero la chiesa. E sono grato alle chiese locali che mi hanno accolto pastore e fratello. Ma la solitudine è inevitabile quando si sceglie Cristo. Anche nella chiesa. Questa solitudine realissima e dura è comunque un dono. E’ la patria della grazia. Il nostro orgoglio e la nostra vanità sono stati provati nella sofferenza e nella solitudine. Nelle umiliazioni che spesso si devono sopportare è il principio della fedeltà. Fedeltà e solitudine, fedeltà e fatica, fedeltà e pazienza sono parte dell'unica fedeltà alla Parola e al magistero della chiesa. Fedeltà e pazienza riassumono la vocazione cristiana. Poiché la fedeltà e la pazienza a configurano il cristiano a Cristo: Christus patiens, Christus passus, Christus crucifixus: Cristo paziente, Cristo che ha patito, Cristo che muore crocifisso. E’ il mistero del Cristo paziente e crocifisso: Patiens et passus. E’ il mistero della croce”.

- Cosa significa questo tratto di essenzialità paziente della chiesa e del cristiano nel difficile passaggio storico che viviamo?

“E’ una necessità per l'oggi di fronte all'indifferenza su Dio, alla negazione della necessità dei valori, al neopaganesimo. In questo trapasso storico abbiamo più bisogno di essere fedeli e pazienti che protagonisti. Abbiamo più bisogno di essere credenti che sapienti. Abbiamo più bisogno di essere poveri che ricchi. La nostra fatica odierna, la nostra sfida è ancora quella di credere che non abbiamo qui la nostra dimora permanente, e che proprio la nostra provvisorietà di beni, di strutture, di identità riflessa incontra l'avvenire di Dio. Io non so nulla di una chiesa aristocratica, di perfetti, di una chiesa efficientista. Noi siamo chiesa per il frutto della croce. I nostri giorni propizi sono i giorni crocifissi e i giorni sterili sono quelli meno segnati dalla croce.
Guai se riducessimo la chiesa a un’azienda, a una cultura! Guai anche se riducessimo la chiesa a una teologia. E’ vero: la fede passerà, la speranza verrà meno, resterà la carità. Allora è dell'amore che noi oggi dobbiamo parlare, è all’amore che dobbiamo credere, è nell’amore che ci dobbiamo nutrire. Abbiamo oggi soprattutto bisogno di una teologia del cuore. La sapienza cristiana è fatta di indicibili intuizioni. Dico intuizioni indicibili. Le intuizioni indicibili dissolvono la nostra vanità. Non abbiamo scampo se vogliamo essere la chiesa, se vogliamo accogliere il dono che Dio continuamente ci fa”.



IL MARTIRIO DEL CUORE


- Lei fu giovane padre al concilio. Il concilio Vaticano Il ha sancito alcuni tratti ecclesiologici variamente e diversamente ripresi e sottolineati dal magistero post-conciliare. Potremmo riassumerli così: riforma e unità. L'unità e la comunione come dimensione-vocazione intima, la riforma della chiesa come carattere inesauribile (coscienza storica e non mera opportunità storica). Il concilio rimane e come nella chiesa?

“Lo spirito del concilio, le riforme del concilio debbono ancora essere prese sul serio. E’ una posizione evasiva quella di chi invoca il nuovo concilio. Abbiamo forse appreso la lettera del concilio, ma ne conosciamo intimamente lo spirito? Constatare alcune stanchezze non ci rallegra, ma ci convoca nuovamente a riflettere sull'interiorità del concilio, a proseguirne lo spirito di rinnovamento ecclesiale e pastorale sul versante biblico, liturgico, ecumenico. Siamo di fronte a un nuovo tempo del concilio. Lo ha ben espresso il papa nel suo appello alla riconciliazione contenuto nella Tertio millennio adveniente”.


- Comunione e collegialità. Al compiersi del millennio ritornano nel dibattito ecclesiale i grandi temi di fondo quanto alla figura istituzionale della chiesa. Cosa ne pensa?

«Non sono preoccupato per le forme che esprimano meglio la consapevolezza della comunionee ecclesiale. Si troveranno le forme. Paradossalmente vorrei dire che dobbiamo disumanizzare le strutture per diminuire il nostro legame col potere, con le cose. Noi proclamiamo la chiesa sacramento universale di salvezza. E diciamo la verità. Ma dobbiamo ricordare che questa verità affonda le sue radici nell'oblazione del suo fondatore. C'è da dare pienezza alla fecondità di questo gesto e tocca alla chiesa, la sposa feconda, con il martirio del cuore e delle membra».


- In questa conformazione a Cristo vi è un altro tema che credo meriti nuova attenzione, ed è l'annuncio della chiesa povera, della chiesa dei poveri.

“"I poveri li avrete sempre con voi", dice Gesù alla vigilia della sua passione. Non è casuale. Né si tratta di affermazione fatalistica. Ma è un'indicazione di conformazione a lui, a lui che si fa eucaristia, che va al Getsemani , che sale la croce. C'è qui molto da meditare. Per noi i poveri sono diventati una questione sociologica. Quando diciamo che bisogna risolvere la povertà noi siamo tentati di nasconderla. Le nostre comunità dovranno diventare sempre più 1uogo nel quale i più deboli, i più tribolati sono accolti e aiutati a vivere”.


- Abbiamo parlato della chiesa. Come comunità e come istituzione. E il cristiano? Chi è il cristiano di domani?

“Il cristiano di domani sarà un mistico. Ne sono convinto. Spero che i cristiani faccendieri siano sempre di meno e che aumentino gli adoratori del Signore”.


TRA LUCE E TENEBRA


- Dobbiamo dire: "Credo quia absurdum”?

“Un po' è vero. Le nostre parole per sapienti che siano celebrano l'oscurità. E’ notte. "Notte oscura e venturosa", come dice san Giovanni della Croce. Profonda notte. "Custos quid de nocte?" (Is 21,11). Qui si pone il problema del silenzio. Maria, la madre del Signore, ha parlato poco”.

- Eppure lo Spirito parla nella delusione radicale della vita. In questa notte densa e patita.
“Che lui parli lo crediamo, che noi sappiamo ascoltarlo è un’altra cosa. Dovremo sempre più concentrarci sugli elementi essenziali della fede. Secondo uno stile di adorazione. “E Dio stesso che ci conferma... e ci ha dato la caparra dello Spirito nei nostri cuori” (2Cor 1,2 1) “.

- Perché questa nostra fatica, questa carenza di annuncio nella pastorale sul dolore e sulla morte, sul tema del confronto decisivo tra l'uomo e il momento in cui il senso della sua vita si riassume?

“Questa mia vita presente è una parvenza, la vita futura è una realtà. Dobbiamo come chiesa parlare del dolore, ma con le parole della croce, con la luce della croce, con il mistero del patire di Cristo e del nostro patire di cristiani, allora tutto diventa un’altra realtà e noi prepariamo il Regno. Dobbiamo parlarne come ne parlava Gesù, dobbiamo farlo guardando Gesù: amando e risanando; amando e pregando come Gesù, fino alla preghiera del Getsemani: "Transeat a me Pater mi..."; amando e aprendo le braccia come Gesù”.


Dopo qualche istante, il silenzio si riempie del ricordo comune di una persona a entrambi cara. Poi aggiunge: “E’ per me oggi una grande consolazione sapere di essere peccatore e sapere di essere accolto”. Affiorano alla mente i versi di san Giovanni della Croce:

“Non piange perché l'amore l'ha piagato
pur se dentro al suo cuore egli è trafitto”.


Da alcune note biografìche

ALBERTO ANASTASIO BALLESTRERO nasce a Genova il 3 ottobre 1913, primo di cinque figli. A undici anni arriva al Deserto dì Varazze, sede dei seminario minore dei Carmelitani scalzi della provincia ligure.

Il capitolo generale dell’ordine, radunato a Roma dal 27 aprile ai 7 maggio 1955, lo nominò proposito generale. Rimase in carica consecutivamente per due sessenni (1955-1961 e 1961-1967). Come superiore generale, nei primi sei anni visitò tutte le case dell'ordine (700 monasteri femminili e 400 maschili), tranne, per motivi politici, la provincia ungherese. Diede notevole impulso alla formazione spirituale e alla preparazione culturale dei nuovi religiosi, fondò l'istituto di spiritualità in Roma (inaugurato il 16 ottobre 1957). Avviò gli scavi archeologici che portarono alla scoperta dei convento medievale situato nel luogo in cui nacque l'ordine del Carmelo; si fece promotore della ricostruzione degli archivi e delle biblioteche dell'ordine; ispirò e patrocinò opere d'arte e i restauri delle opere teresiane: il Castello interiore e il Cammino di perfezione. Elevò a provincia diversi territori dell'ordine, dall'America Latina,dall'India all'Africa.
In Concilio fu membro della commissione teologica, della dottrina della fede e della morale, dei religiosi. L'annuncio della sua nomina a vescovo di Bari è dei 21 dicembre 1973, il suo ingresso è dei 16 febbraio 1974. Vi rimarrà fino al 1977, quando viene trasferito da Paolo VI a Torino a sostituire il card. Pellegrino. Il passaggio del pastorale avviene il 24 settembre 1979 nella chiesa dei Cottolengo. A Torino rimarrà fino ai compimento dei 75° anno, nel 1989. E’ durante il periodo torinese che Ballestrero viene chiamato da Giovanni Paolo II alla presidenza della Conferenza episcopale italiana (18 maggio 1979; verrà creato cardinale il 30 giugno). Tale servizio continuerà fino al 3 luglio 1985. Sono in Italia gli anni del terrorismo e dell'emergere della questione morale, gli anni dell'attentato al papa e dei referendum sull'aborto.

Ballestrero imposta il piano pastorale per gli anni '80 intitolato al tema “Comunione e comunità”, una rilettura delle costituzioni dogmatiche dei concilio alla luce della situazione italiana attraverso le note pastorali: Comunione e comunità: I. Introduzione al piano pastorale e II. Comunione e comunità nella chiesa domestica (1981); Eucaristia, comunione e comunità (1983) e il documento pastorale La chiesa italiana e le Prospettive del paese (1981), che sviluppa, mutuandolo dallo spirito della costituzione pastorale Gaudium et spes, un nuovo pensiero sociale e una nuova responsabilità laicale per la chiesa italiana. Negli anni della sua presidenza giunge a un primo compimento il piano catechistico della chiesa italiana e termina la revisione del messale (1983); viene firmato l'Accordo di revisione dei Concordato lateranense (1984); si prepara e si celebra il II convegno ecclesiale nazionale (Loreto 9 - 13 aprile 1985) sul tema “Riconciliazione cristiana e comunità degli uomini”.


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Bonifati, sabato, 11 marzo 2000


Rev.Padre Parisi,

penso di rispondere solo qualche riga alla sua ‘Lettera a P. Benedetto Calati', perché i punti di partenza del suo discorso sono piuttosto lontani dalla mia/nostra esperienza, o piuttosto, sono formulati in un modo non abituale per noi.

Posso forse cogliere qualche aspetto, al di là della forma discorsiva e dei percorsi da lei fatti per arrivare a certe domande/formulazioni dei problemi di fondo della vita nostra, della Chiesa e del mondo.

Uno è la trascendenza di Dio, l'impossibilità di conoscere il suo mistero a un livello in qualche modo razionale. Dio certamente lo ‘conosciamo' solo per comunione, quella comunione alla quale abbiamo accesso in Cristo Gesù. E questa conoscenza per comunione è difficile da trasmettere, è sempre oltre le nostre parole: dovrebbe piuttosto venir in qualche modo intuita dagli altri attraverso il nostro vivere. Questo essere totalmente ‘oltre' di Dio, noi però lo viviamo, appunto, nella concretezza della personalissima comunione con la Persona del Cristo. Il mistero di Dio, resta mistero, sempre, e questo deve farci chinare il capo, e tuttavia noi abbiamo da annunciare ai credenti di altre religioni che questo essere ‘totalmente oltre' di Dio non svapora mai in un inafferrabile indeterminato perché si manifesta (velandosi insieme, come dice S. Massimo il Confessore) nell'incarnazione dei Figlio. E si rivela come amore che si effonde nel creare e nel salvare, anche qui nell'inaudito e incomprensibile della croce del Figlio.

Un altro aspetto che mi viene di cogliere e sottolineare è quello del male che è in noi e dei male mondiale che pare travolgere tutto il pianeta. Male come peccato, male come dolore. Quando si pensa a Dio, al vangelo, è normale che ancor più ci colpisca al cuore per così dire, la presenza sempre più imponente e travolgente di tanto male e per contro di una impotenza sempre più manifesta dei nostro fare, e in una inadeguatezza sempre più evidente della nostra vita in Cristo.
Questo, in fondo, è l'aspetto su cui si concentra di più tutta la nostra vita consacrata, in particolare come monache. E quello che penso e cerco di vivere per me, per noi, per un vero rinnovamento della vita religiosa nel suo proprio, non nelle varie (benché necessarie) forme del suo fare, è molto semplice anche se arduo, ma sono certa che per questo Dio la grazia la dà: e cioè una semplice, umile, ma totale disponibilità alla co-redenzione. E questo non lo intendo espresso in grandi cose, o meglio, possono esserci anche grandi croci che il Signore ci chieda di portare in lui, con lui e per lui, per la vita del mondo, ma questo bisogna lasciarlo a lui, senza nessuna presunzione. Non lo intendo nemmeno come uno sforzo di ‘partecipazione' a qualcuna delle varie situazioni di dolore, di umiliazione, di miseria, che ci circondano: e questo prima di tutto perché molte volte si fallisce nel volere 'crearci' una situazione simile a quella dei più infelici, ma soprattutto perché se la partecipazione può esprimere amore e dedizione, non per questo sarà veramente salvifica. Solo la croce del Cristo è redentrice e redimono solo quegli atti nostri che esprimono una precisa adesione alla croce per amore, anche nella più assoluta banalità di una esistenza ‘comune'.

Cerco di spiegarmi ricordando la vita di s. Teresa di Lisieux. E' patrona delle missioni eppure ha vissuto nel suo monastero, fino all'ultimo anno della grande prova di fede e della terribile malattia, ha vissuto la più banale vita di una monaca qualsiasi: solo che, nella certezza che "tutto è grazia" (per sé e per tutti) ha saputo sfruttare tutte le più piccole occasioni dei quotidiano, e le ha accolte senza farsele sfuggire, non come le ‘solite seccature' ma come altrettanto materiale d'amore e di vita da spandere sul mondo. Finché Dio le ha dato l'immensa fecondità di spandere vita e grazia, che tutti conosciamo.

E vorrei anche citare una cosa che mi ha sempre molto impressionato. Madre Teresa, sappiamo bene il mare delle sue opere di carità. Ora, ho notato, leggendo qua e là, un fatto impressionante. Una persona come lei, sempre immersa in dolori e miserie innominabili, avrebbe dovuto forse essere negli incontri che faceva, molto protesa a coinvolgere tutti nel modo più immediato a spendersi per fare qualcosa direttamente per alleviare tanti mali. E invece accadeva spessissimo che si preoccupasse i additare a chi le chiedeva cosa fare, solo l'amore e il sacrificio per amore espresso nel quotidiano: suggeriva ai coniugi di sorridere l'uno all'altro anche in momenti di fatica, suggeriva piccoli atti di pace ecc. Un simile gigante della carità, aveva una coscienza fortissima che solo Dio salva e solleva e che ciò che dà valore per alleviare il dolore del mondo, non è che tutti facciano come lei, o scelgano di vivere solo con i poveri ecc., perché anche in questo può esserci più ideologia che amore: e quindi, ciò con cui noi possiamo alleviare il dolore e redimere dal peccato è solo la radicalità con cui cerchiamo di aderire a tutto quello che Dio ci mette davanti momento per momento, dalla più piccola pena alla più grave prova, facendone cosi una realtà eminentemente co-redentrice per la forza della croce di Cristo alla quale il nostro povero atto d'amore si unisce, acquistando cosi la stessa potenza creatrice e redentrice di colui che solo è creatore e redentore.

Addossarsi e ‘sentir pesare' su di noi soprattutto nell'eucarestia tutto il male del mondo, quello che il Signore Gesù ha vissuto nel Getsemani, noi lo sentiamo come ciò che sempre più deve essere. E' quello il momento sacramentale nel quale il mistero pasquale, anticipando già la piena restaurazione alla fine dei tempi, assorbe in sé tutta la storia, ci assorbe, ci coinvolge, coinvolge le membra del corpo di Cristo nell'immenso atto di donazione del Cristo: ‘Prendete e mangiate...' E, per contro, da lì anche nasce la forza perché tutta la giornata sia ‘eucarestia per la vita del mondo'.

Che poi il Signore ‘consumi' in olocausto pienamente la nostra offerta, anche forse in modi più evidenti ed espliciti questo lo possiamo e dobbiamo sperare e chiedere: ma in fondo non ci riguarda. Quello che dobbiamo fare è avere il realismo di cui ha dato prova s. Teresa di Lisieux usando dei mezzi di cui poteva disporre, del poco che poteva avere da dare, ma di questo facendo tutta la sua vita: tutta la sua vita offerta, pur in un banale quotidiano che può essere di tutti: della monaca come della donna di casa, del sacerdote come del padre di famiglia.

Non so se sono riuscita a spiegarmi, ma ho cercato di dire quello intorno al quale la mia/nostra vita, almeno come tensione sempre rinnovata, cerca di ruotare, ciò che ci sembra l'unico agire fecondo che sia disponibile nella vita di ciascun cristiano, e, per contro, l'unica disposizione dello spirito che rende vitale e fecondo anche quello che a qualcuno è dato di fare come opera più visibile.

La saluto tanto cordialmente nel Signore Gesù,

Suor benedetta Artioli


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CONSIGLIO PRESBITERALE


La XXIV Prefettura, riunita per il consueto incontro mensile il giorno 11 maggio 2000, dopo aver ampiamente discusso, con la presenza dei sette parroci e di alcuni collaboratori, il tema proposto dal Consiglio Presbiterale "Quale immagine del presbitero oggi a Roma? Quali stimoli nascono per il ministero del presbitero?(°) ha approvato all'unanimità questa sintesi raccolta da don Franco Amatori.
La "traccia per il dialogo", ha suscitato in tutti i partecipanti, una certa perplessità.

  1. "Le sfide che oggi il presbitero deve affrontare e che riguardano la sua identità ed il suo ministero” vengono certamente da fuori, dal mondo, ma non si contrappongono tanto al singolo presbitero, - in genere apprezzato ed amato - ma alla struttura ecclesiastica nel suo insieme, e in particolare alle strutture della nostra Diocesi, che spesso sembrano compromesse con una mentalità efficientista del sacro.

La scelta di un Funerale con una celebrazione della Parola, senza Messa, di Don Nicolino Barra ci è sembrato un segno premonitore, una specie di sferzata in faccia a un ritualismo superficiale che "onora con le labbra, ma con il cuore lontano". Tante volte ne abbiamo esperienza.
Non possiamo far finta di non essercene nemmeno accorti.


  1. "Come rapportarsi ad esse (le sfide) traendone non solo motivo di scoraggiamento...

Il questionario presuppone atteggiamenti di scoraggiamento e rassegnazione nei presbiteri e non sembra riconoscere elementi positivi e provvidenziali nella crisi profonda di tutte le Istituzioni, anche di quelle della Chiesa. E "cerca nuovi stimoli da investire nella pastorale", come se i presbiteri impegnati nella pastorale fossero tutti degli scoraggiati o demotivati o rassegnati a tirare avanti un lavoro stanco, per salvare il salvabile, e come se non ci fossero presbiteri consapevoli di partecipare al travaglio del parto di tutta la creazione, e come se la sconfitta della croce non dicesse loro nulla...
Non si tratta di trovare "nuove risorse da investire nella pastorale " ma di guardarsi dentro, come individui e come Chiesa, e di conoscere e valorizzare quanto di buono già esiste.


  1. Troppe proposte che ci vengono dall'alto sono rivolte a "individuare nell'attuale contesto socioculturale ed ecclesiale per promuovere un nuovo modo di essere e di fare ... "

Vorremmo sottolineare l'importanza del "nuovo modo di essere" da cui dovrà scaturire un nuovo modo di “fare il presbitero a Roma".
Verrebbe voglia di proporre un "anno santo", in cui piuttosto si faccia una bella potatura di attività e ci si chieda seriamente chi siamo, quanto siamo testimoni di Lui e della sua Parola. Senza una profonda e sincera riflessione sulla Parola rischiamo di rimanere difensori delle nostre attività che ci danno sostentamento, e delle nostre tradizioni a cui siamo abituati e affezionati, peraltro forse validissime quando sono nate, ma che spesso non corrispondono più alle esigenze e al linguaggio attuali, profondamente mutati.
Quello che genera in noi disagio è la sproporzione tra quello che dall'alto ci viene richiesto di fare e quello che sentiamo veramente utile nella vita pastorale, con l'impressione che la dirigenza del Vicariato e la pastorale ordinaria navighino a diversi livelli.
Il Consiglio Episcopale è preoccupato di tenere sempre desto il presbiterio con nuovi stimoli e nuove iniziative pastorali, quasi nel timore che senza di esse i presbiteri rallentino il loro impegno o non sappiano più cosa fare. Ma questa è una filosofia del fare e dell'eseguire, non del meditare e dell'ascoltare ciò che lo Spirito dice alle Chiese.
Una programmazione soffocante può far dedurre che i Vescovi non abbiano sufficiente stima dei loro presbiteri, che a loro volta dubiteranno della loro capacità di ascolto e della loro capacità a riconoscere eventuali carismi o doni dello Spirito, con il risultato di una crescente sfiducia scambievole. L'unità e specificità della Diocesi non può essere confusa con l'univoca formattazione delle attività Parrocchiali.
Gli stessi incontri presbiterali, sia a livello diocesano, che di Settore sono giudicati da alcuni come delle scontate occasioni per trasmettere ordini. Qualche bella lezione di teologia non è sufficiente a ricostruire la fiducia e il dialogo.
In una comunità ecclesiale così difficile e problematica rimane quasi incomprensibile il richiamo alle vocazioni sacerdotali e religiose: il Signore certamente chiama chi vuole, ma se la testimonianza ecclesiale non è ben chiara, forte e coerente, la chiamata, e la risposta, sono molto più difficili e rare.
C'è poi il divario tra il consumismo religioso, preteso in base a tradizioni o diritti acquisiti, e ciò che esigerebbe una fede chiara e sincera.


  1. La nostra prassi pastorale ci pone severi interrogativi:

  • Cosa significano più certi battesimi che non hanno alcuna garanzia nelle famiglie, nessun collegamento con gli altri sacramenti dell'Iniziazione né con la comunità cristiana espressa nella Parrocchia, né con Gesù Cristo, e in genere nessun riscontro nella vita... ?

  • Qualunque barlume di fede è proprio più che sufficiente... per autorizzare Battesimi, o Cresime più o meno adolescenziali oppure rimandate a supporto cartaceo per matrimoni, o Prime Comunioni di massa, di cui sappiamo tutti cosa resta, o meglio non resta?...

Il Signore non ha certo bisogno di noi e farà restare qualcosa, ma ciò non ci dispensa dal dovere di verificare l'impiego delle nostre forze, e di non "gettare le perle ai porci".

  • Il Sacramento della Penitenza è precipitato in pochi anni dalle stelle alle stalle. Ma questo non è forse un segno dello Spirito Santo che ci interroga sul nostro modo di celebrare il perdono di Dio, in modo spesso così frettoloso e formale, in tempi e modi secondari o sovrapposti ad altre celebrazioni? Non ci sembra la strada giusta quella di incoraggiare tutti a confessarsi comunque per ottenere l'indulgenza dell'anno santo, e a convogliare frotte di confessori nei luoghi di incontro dei pellegrini.

  • Forse dobbiamo verificare seriamente che "tutto viene da Dio, che ci ha riconciliati con sé mediante Cristo e ha affidato a noi il ministero della riconciliazione", e bisognerebbe che anche le forme della Riconciliazione evidenziassero di più la dimensione ecclesiale del perdono, oltre quella individuale. Forse c'è bisogno di qualche riflessione e indicazione autorevole dei Vescovi sul nostro modo di essere "ambasciatori per Cristo, come se Dio esortasse per mezzo nostro".

  • E cosa sta succedendo per i Matrimoni, nonostante tutti @l nostri Corsi di preparazione? E’ vero che a Roma le separazioni sono circa il 50% dei Matrimoni celebrati? E questo significa circa 9000/10.000 separazioni all'anno? E noi ormai ci troviamo a catechismo i figli di questa moltitudine di "cristiani separati".

  • Ed è vero che i Tribunali ecclesiastici, ritenuti gli unici competenti a giudicare la validità dei Matrimoni, riescono a dare poco più di un centinaio di sentenze all'anno? E noi continuiamo a celebrare Matrimoni-sacramento con maggioranze di coppie praticamente non credenti, prestandoci ad una situazione divenuta ridicola o scandalosa? Non. dovremmo forse ripensare le nostre presenze nei matrimoni?

  • Ma chi ha poi il coraggio di tirare logiche conseguenze da queste realtà?

  • Tutto questo non ci dà alcun motivo di scoraggiamento. Ce lo darebbe se significasse il fallimento della Chiesa di Gesù, o della fede del Popolo di Dio. Siamo invece convinti che sotto questo rimpasto profondo di situazioni lo Spirito di Dio stia manifestando linee di novità e libertà evangelica a cui dovremmo prestare grande attenzione, cambiando molte cose delle nostre sicurezze strutturali e tradizionali, per evidenziare altre sicurezze della fede.

  • Ci incoraggia in questa linea la constatazione che nelle nostre Parrocchie e comunità, esiste anche una Chiesa minoritaria, ma viva, matura, con esempi di fede spesso eroica, umile, impegnata e ricca di Parola di Dio, di preghiera, di carità e di cultura. E’ già lievito nella massa, non sale che ha perso sapore. Possono esserci scelte favorevoli perché il lievito fermenti. 1

  • Siamo convinti che prima di inventare nuove risorse da investire dobbiamo guardarci dentro, e accettare di non dover gestire né forme di potere spirituale, né maggioranze, né prestigio da salvare, né consensi pubblicitari, né forme religiose quantitative.

  • Abbiamo proprio bisogno di una riflessione profonda di tutto il presbiterio, e di un esame di coscienza a tutti i livelli.



Roma, 22 febbraio 2000


Carissimo,

ti aspettiamo per la prossima assemblea del Consiglio Presbiterale, che come da calendario, avrà luogo lunedi 3 aprile p.v., alle ore 10, nella sala del terzo piano del Vicariato.
Il primo argomento all'ordine del giorno, scelto tra le proposte emerse nello scorso dicembre, sarà "Quale immagine di presbitero oggi a Roma",

  1. Introduzione del Cardinale Vicario su:
    Nell'attuale situazione socio-culturale, e sollecitati dalla dimensione missionaria della pastorale, quali stimoli ne nascono per delineare una nuova identità ed un nuovo ministero del presbitero?

  1. Traccia per il dialogo (che avrà luogo divisi in quattro gruppi):
    - Quali sono le sfide che oggi il presbitero deve affrontare e che riguardano la sua identità ed il suo ministero?
    - Come rapportarsi ad esse traendone non solo motivi di scoraggiamento, ma stimoli per nuove risorse da investire nella pastorale?
    - Quali proposte prioritarie possiamo individuare nell'attuale contesto socio-culturale ed ecclesiale per promuovere un nuovo modo di essere e di fare il presbitero a Roma?

  1. Comunicazioni varie

Ti attendiamo con affetto

Don Michele Baudena


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APPELLO POLITICO


Rivolto non in particolare ai politici


Non solo e soprattutto ai politici che hanno maggiori difficoltà a comprendere ed accogliere questo appello e che, tuttavia, se riescono a superare questa difficoltà, possono essere di grande aiuto a molti altri. Non è una disistima per i politici ma la convinzione che vi siano altri soggetti e altre risorse per la politica. E’ chiaro che l’appello è per una politica radicalmente nuova che implica una redifinizione del concetto stesso di politica.

Quel che è successo il 16.4.00
Una rivelazione: si sono tolti diversi veli.
Molti si sono accorti solo della rimozione del velo più esterno ma è possibile arrivare a scorgere la realtà che sta sotto tutti i veli.

In occasione di elezioni amministrative si è scatenata una gran lotta di potere politico con un duello centrale particolarmente spettacolarizzato.
La vittoria di una parte pare sia stata netta.
E’ emerso il duellante più forte e tutti gli altri della parte avversa ma anche di quella sua appaiono ridimensionati.
Un solo uomo e tanti “mezzommini”
Ed ora?
E’ il tempo della riflessione che nella parte perdente è ovviamente dominata dalla ricerca di una rivincita.
Quale rivincita?
Diversi sono i tempi e diverse le opportunità, comunque si tratta sempre di una rivincita di potere, di una riconquista di maggioranze perdute.
Tutto ciò appare ragionevole e in qualche misura necessario per salvare un bene, ancora indiscusso, la democrazia.
Il 16 aprile ha tolto un velo mettendo in luce consensi e dissensi più accentuati di quanto in genere si prevedeva.
Ora si cerca una rivincita partendo da un’analisi di quel che è successo in vista ovviamente di un nuovo progetto. Ci sono, tuttavia, due modi di cercare la rivincita che partono da due analisi della situazione.
Semplificando si può dire che c’è chi cerca una rivincita a breve termine e chi punta su tempi più lunghi.
Chi cerca la rivincita a breve termine analizza i giochi di potere e studia come ritrovare il consenso popolare: con quali programmi, con quali leaders, con quali immagini, con quali seduzioni…. senza, speriamo, arrivare agli inganni e alle violenze.
Tutto ciò appare ragionevole e in qualche modo necessario.

C’è chi invece cerca la rivincita nei tempi lunghi.
Ciò dipende da una diversa valutazione dei tempi necessari per gli spostamenti del consenso e dalla scelta dei mezzi migliori perchè questo avvenga.
Ma ci può essere un motivo più profondo per accettare la pazienza dei tempi lunghi: capire che è una questione di formazione.
Specialmente negli ultimi anni la formazione politica è stata gravemente trascurata dai partiti, dai sindacati e da altri soggetti capaci di impegno politico. L’assetto di potere è arrivato facilmente non solo a trascurare ma anche a combattere la formazione.
Nei rari casi in cui si è fatta formazione, come un tentativo di scuola di formazione politica promossa dai vescovi o comunque da realtà ecclesiali, quali sono stati i contenuti della formazione e quali gli obiettivi

I contenuti: acquisizione di conoscenze di base economiche, giuridiche, storiche, dottrinali; recupero di valori perduti; ricerca di vie nuove, ecc.
Gli obiettivi: uno soprattutto, in posizione dominante, la conquista, prima o dopo, del potere, ai vari livelli ella vita sociale. Perché c’è una convinzione radicata, indiscussa, che il potere è la via della politica. Questa convinzione è profonda, diffusa e condivisa come una fede, ed è idolatria

La coscienza politica.
Questo appello “politico”, carica di urgenza, è rivolto alla crescita della coscienza politica.
Parte ovviamente da un’analisi che scopre, in quello che è successo il 16.4.00, una rivelazione, una rimozione di tutti i veli che nascondono quel che c’è di più vero in ogni donna e in ogni uomo: la possibilità d*i scegliere fra la chiusura in se stessi e l’apertura agli altri. Ed è proprio là, nel più profondo della persona umana, che c’è la lotta decisiva. E’ là che va creata la vera rivincita, ogni volta che l’interesse personale prevale sull’apertura agli altri.
L’evento del 16.4.00 ha rivelato una forte crescita d’interesse personale e un declino della responsabilità verso gli altri, verso i singoli e la società, della coscienza politica.
La formazione vista in funzione della rivincita nella gestione del potere, può appartenere a un ragionevole gioco democratico, ma c’è una risposta molto debole a una situazione assai grave che si è ora rivelata.

Una formazione che sia scuola ed esercizio di apertura e di effettiva presa in carico dei problemi degli altri e della società è la vera rivincita nei confronti del potere che seduce e domina su quanti si lasciano sedurre.

Il passo decisivo.
Impegnarsi personalmente e comunitariamente in scelte di vita in cui, lasciando in secondo piano gli interessi personali, si servono gli altri e la società nei modi che sembrano più validi, rispondendo alla domanda: di che cosa c’è più bisogno che io possa fare?
Per questo occorre sradicare dal nostro animo la passione profonda sottile, uscire dalla lotta per il potere, scoprendo la possibilità di fare passi avanti nella liberazione dal potere.
L’appello politico è un richiamo urgente al primato dell’alternativa al potere nei confronti dell’alternativa di potere.
Questo passo decisivo è una conversione profonda che non può essere proposta se non è praticata in prima persona singolare e plurali: io e noi.

Chi vive la fede cristiana e l’appartenenza alla Chiesa come ascolto della parola di Dio non avrà difficoltà a riconoscere in questo appello il riferimento a tutta la Bibbia.
Si potrebbe cominciare a meditare:

  • Ap V e XIII

  • I° Cor. 1-3

  • Ebr. 4, 12-13.

Chi cerca le vie dell’impegno politico dei cristiani a prescindere dalla Bibbia continua a costruire sulla sabbia.

Pio Parisi


Circolo di pensiero politico


  1. La riflessione può partire dall’“Appello politico” di Pio Parisi (Pasqua 2000).

  1. Un circolo si realizza anche quando solo tre persone si riuniscono per riflettere insieme
    Qui non s’intende “circolo” nel senso di istituzione, con eventuale relativa sede, anche se questo è forse il significato più comune.

  1. La prima condizione di un’autentica comunicazione di pensiero è la sincerità nel rispetto reciproco e nella rinuncia a qualunque strumentalizzazione. Comunicare è già un evento politico, non comunicare è il declino della politica.

Un amico, fortemente impegnato in un partito, comunica la sua esperienza. Il guasto principale della politica sta nel fatto che non si hanno più rapporti personali autentici di vera amicizia e piena sincerità nel perseguimento di obiettivi comuni. Ognuno vede l’altro come un concorrente nei giochi di potere. L’amico ricorda un tempo in cui una causa comune creava autentici rapporti di fratellanza.
Questa testimonianza mette bene in luce come la mancanza di comunicazione autentica segni la fine della politica e come tale comunicazione abbia, invece, una grande valenza politica.
Anche al di fuori dei partiti accade che quando la conversazione verte su argomenti politici ci si riconosca in quanto schierati dalla stessa parte o su posizioni opposte, e questo impedisca la comunicazione sincera e profonda sui temi in questione. E’ una delle principali cause del disinteresse dei giovani per la politica.

  1. L’obiettivo è una crescita di coscienza politica mediante la riflessione sui problemi della convivenza umana nella società italiana, nel contesto planetario.

Per crescita della coscienza politica s’intende un fatto conoscitivo, una riflessione seria sui problemi della convivenza umana, ma ancor più la crescita della responsabilità, superando l’individualismo e l’evasione con la facile dichiarazione: io non ci posso fare nulla.
I problemi della società italiana non possono essere scavalcati ma vanno inquadrati nel contesto planetario: da un lato per capire in quali grandi dinamismi, positivi e negativi, si pongono, d’altro lato per prendere coscienza delle gravissime responsabilità nei confronti di tanti che stanno peggio di noi.
Indichiamo qualche problema da cui si potrebbe partire in un circolo di pensiero, tenendo presente che dei problemi più gravi non di rado si parla di meno, specialmente nei media.
Qualche spunto:

  • L’identità dei giovani oggi: quello che cercano e quello che rifiutano di chi li ha preceduti. Nel mezzogiorno d’Italia, al centro, al nord, in Europa, nel mondo.

  • Il lavoro

  • La scuola

  • La famiglia

  • Il rapporto fra economia e cultura

  • La fede, la religiosità e l’impegno politico

  1. Il metodo è quello dell’ascolto dei piccoli, liberandosi dalle gabbie di quelli che contano per il potere politico, economico, culturale, religioso. Ovviamente quelli che contano non sono esclusi, anzi la loro presenza è importante anche se nel circolo non conteranno più di qualsiasi altro.

L’importanza del metodo in questo caso è grandissima. L’ascolto dei piccoli sembra facile come gesto di benevolenza, di condiscendenza, di compassione, per i politici, come ricerca di consenso.
Qui si propone tale ascolto come ricerca di senso: la cattedra dei piccoli e dei poveri..
La difficoltà sta nell’uscire dalla rassicurante area o cerchia di quelli che contano.
Chi sono i piccoli e i poveri? Difficile dirlo in chiave sociologica. E’ una categoria, invece, evidentissima nella Bibbia.
Le gabbie di quelli che contano sono molteplici in base al potere politico, economico, culturale e religioso. Basta pensare per quest’ultimo a quanto la Chiesa diventa “mondo cattolico”. Le gabbie peggiori sono quelle di cui non ci si accorge e quelli di cui ci si compiace.
Quelli che contano non sono mai esclusi ma accolti al pari dei piccoli.

  1. La riflessione in circolo richiede una continuità. Qui si propone anche un primo obiettivo temporale: le prossime elezioni politiche. Ma la crescita della coscienza politica va ovviamente al di là di ogni determinazione di tempo e di spazio.

Non è facile la continuità, ma è necessaria.
Siamo abituati a discorsi interrotti, spezzati: dentro di noi e fra di noi. Proviamo per qualche ora a non interrompere nessuno che ci parla e ad accettare di essere interrotti. Ci si accorge che il nostro conversare è continuamente stracciato. Una riflessione seria sui problemi politici non può essere breve e va ripresa da dove si è lasciata. E’ opportuno fare ogni volta una sintesi.

Le prossime elezioni politiche sono importanti per eventuali spostamenti di potere. Incomparabilmente più importante è l’occasione per avviare una crescita di coscienza politica, al di là di determinazioni di tempo e di spazio, nel senso di tutti i grandi problemi della convivenza umana.

  1. E’ normale ed auspicabile nella maggior parte dei casi, che chi partecipa al circolo di pensiero si impegni per la vittoria di una parte politica, specialmente in situazioni di emergenza. Nel circolo, tuttavia, ci si propone una vittoria più importante che va al di là di ogni situazione particolare: l’apertura agli altri e ai loro bisogni superando l’assolutizzazione dei propri interessi personali.

La vittoria sul proprio egoismo si ottiene fin dal primo momento di sincera apertura agli altri con cui si entra in politica e ci si libera dai giochi del potere.

  1. Il suggerimento di questi circoli di pensiero politico, in vista delle prossime elezioni, parte da una lunga riflessione sulla politica e sul potere, alla luce della parola di Dio, che ha portato a scoprire la valenza politica del “non potere” e di altri impegni che per lo più vengono considerati non politici.

La ricerca per alcuni dura da una vita. Da tre anni un gruppo di amici si ripropone il tema della politica e in particolare del potere, alla luce della parola di Dio. Nel gruppo si sono integrate esperienze assai diverse e si è sperimentata la validità di una ricerca pienamente disinteressata e gratuita.

  1. L’avvicinarsi delle prossime elezioni evidenzia una situazione delle coscienze assai confusa in cui occorre cercare di portare un po’ di luce, una conflittualità violenta in cui risvegliare un senso di rispetto, di responsabilità e di servizio, un gran parlare pieno di falsità in cui riproporre la sincerità e l’amore per la verità, una dipendenza dai media che ostacola il pensiero personale.

L’urgenza è evidente.

  1. E’ chiaro che una crescita di coscienza politica sarà importante per chi nelle elezioni si troverà nella parte vincente e, forse più ancora, per chi perderà e si ritroverà in minoranza.

Superata l’assolutizzazione della vittoria in termini di potere si scoprono possibilità nuove per la minoranza:

  • l’opposizione, che rientra nei giochi del potere,

  • la resistenza che dice molto di più ed è già un’alternativa al potere,

  • la vittoria di fondo che è la crescita della coscienza politica.

  1. Un circolo di pensiero politico si può realizzare nell’ambito della famiglia, fra amici, nell’ambiente di lavoro e in qualunque altra realtà dove ci si trova insieme con gli obiettivi più diversi, dal divertimento allo studio, al servizio sociale, alla ricerca religiosa. Non sarà invece possibile dove già tutto è bloccato dai giochi del potere.
    Quanto qui proposto certamente già esiste, spesso in forme serie, poco appariscenti che non creano polverone. Si tratta di riconoscerle, aiutarle e farsi aiutare, alimentando la circolazione, fra quanti hanno un comune sentire e un pensiero profondo.

Nessun momento è propizio, ma in tutti i momenti si può realizzare un circolo di pensiero politico, a partire da una decisione maturata nel silenzio. Non è il caso di tentare dove tutto è bloccato dal potere. E’ invece essenziale partire da ciò che già esiste, da chi cioè pensa liberamente ai problemi della convivenza umana.