Incontri di discernimento e solidarietà
   

Profeti Minori:


Michea

Il Signore avanza; ha da dirci qualcosa

 

 

Primo incontro del ciclo 2010-2011


5 ottobre 2010 

                      


Quest’anno orienteremo la nostra attenzione verso i “profeti minori” e, più esattamente, verso alcuni scritti tra quelli raccolti nella sequenza dei cosiddetti “profeti posteriori”, i “piccoli profeti”: sono dodici libri di varia grandezza per lo più piuttosto modesti dal punto di vista quantitativo, ma sempre molto interessanti per quanto riguarda il messaggio che se ne può trarre, anche se si tratta dei libri meno considerati, meno letti, meno studiati.
Vorrei lasciare senz’altro da parte i due libri che fanno da atrio di ingresso alla raccolta – i libri di Osea e di Amos – che ci impegnerebbero a lungo, e iniziare questa sera con il Libro di Michea. Accettiamo l’opinione degli studiosi secondo  la   quale il libro di Michea si compone di due scritti attribuibili a due personaggi diversi, per cui c’è un proto-Michea e un deutero-Michea; la redazione del libro raccoglie la testimonianza dell’applicazione di diversi profeti, ma noi concentriamo l’attenzione su quel personaggio a cui spetta il nome di Michea che cerchiamo di inquadrare con qualche elemento di carattere storico. Si colloca nel Regno di Giuda, seconda metà dell’ottavo secolo a.C., esattamente al tempo del regno di Ezechia, dal 726 in poi, a scendere naturalmente. Questo significa che, sostanzialmente, Michea è un contemporaneo di Isaia. I profeti Osea e Amos risalgono a un’epoca precedente di qualche decennio. Abbiamo a che fare con un personaggio che vive nel contesto di quell’entità statuale che ebbe origine a partire dallo scisma. Regno di Giuda e regno di Israele: due stati diversi, due regni a partire dal 931 a.C., dopo Salomone e il figlio Roboamo, poco adatto a ereditare il piccolo impero come suo padre glielo ha consegnato, per cui le tribù del nord, le grandi tribù con un’identità particolarmente qualificata, continuano a rivendicare motivi di autonomia rispetto alle tribù meridionali, che coincidono con la tribù di Giuda che ha acquisito un ruolo di guida, di spicco a partire da Davide. Le tribù settentrionali, dunque, si separano e Roboamo fonda una dinastia diversa rispetto a quella davidica, a cui succederanno diverse dinastie, anche in modo turbolento. Il regno settentrionale è, infatti, segnato da un dinamismo politico molto vivace e anche feroce.
Il regno di Israele è la porzione più rilevante con la prerogativa di una situazione di particolare benessere, una prosperità più evidente per i terreni più fertili, una produzione più abbondante, grandi strade commerciali. E’ esposto a molti contatti con situazioni di idolatria, trascinato da fenomeni di religiosità pagana imposta dall’alto perché il famoso re Achab sposa una principessa fenicia, Gezabele, per cui viene imposto come culto dovuto l’ossequio da rendere al Baal cananeo: situazioni di particolare depravazione ma, in quel contesto, anche fenomeni carismatici molto vivaci. Pensate che Elia è contemporaneo di Achab: una tensione che raccoglie anche sentimenti popolari molto accesi, una memoria del dono di fede ricevuto che è quanto mai vitale, feconda e dunque la testimonianza di profeti che sono di altissima qualità, ma in un contesto che è istituzionalmente inquinatissimo.
Il regno di Giuda, il regno meridionale, rimane legato alla dinastia di Davide e si raccoglie intorno alla capitale, Gerusalemme, scelta da Davide, punto di riferimento insostituibile. A Gerusalemme Salomone ha costituito il tempio in opposizione al quale Roboamo, quando fonda il regno di Israele, impone ai sudditi di frequentare due santuari che egli ha scelto come riferimenti ufficiali: culti idolatrici che dovrebbero dare forma a quella devozione che, anche per le tribù del nord, continua a restare in continuità con l’identità del popolo impegnato in un rapporto di alleanza con il  Signore, ma in una situazione molto controversa, sfilacciata dove l’idolatria serpeggia non solo nei dati di ordine cultuale, rituale, cerimoniale, ma anche per quanto riguarda situazioni di coscienza.
Il regno meridionale è rivolto a Gerusalemme, l’unico tempio monumentale costruito da Salomone che rimane grande sacramento di alleanza fra Dio e il suo popolo. Rimane la dinastia di Davide e questo non significa che i personaggi che siedono sul trono del regno di Giuda siano esemplari, tutt’altro: si moltiplicano le contraddizioni e, come adesso leggeremo nel libro di Michea, la situazione generale è estremamente precaria. Michea è un uomo del popolo. Non è un aristocratico come Isaia e non è nemmeno qualificato perché appartenente alla discendenza sacerdotale; è un uomo comune, ma sincero, acuto, lucido e irrompe dando forma a un groviglio di sentimenti che ribollono nell’anima.
Ottavo secolo a.C.: un grande fenomeno sta sullo sfondo. La scena politica internazionale è caratterizzata in modo drammatico dall’espansione dell’impero assiro, la grande potenza dell’epoca, in fase di crescita: è una potenza stritolante, micidiale. Occupa, provoca dissesti tali nelle popolazioni sconfitte per cui è impossibile la rivincita; usa sistematicamente l’arma della deportazione per impedire alle popolazioni sconfitte di riprendersi e attivarsi in vista di una possibile rivincita a breve termine; ci vogliono generazioni e generazioni perché una popolazione deportata abbia modo di recuperare il filo conduttore della propria storia. L’impero assiro, in fase di espansione, impone nuovi equilibri e tributi onerosissimi alle popolazioni che man mano entrano nel vortice di questa tensione espansiva. Dopo la metà dell’VIII secolo, impone un tributo al regno di Aram (che oggi corrisponde più o meno alla Siria) che non è in grado di pagare per cui questo regno sparisce; il regno di Israele viene privato di tutte le regioni settentrionali, nel 732; nel 721 a.C. il regno di Israele sparisce; Samaria è conquistata e distrutta, la popolazione deportata. È una storia cresciuta e maturata nel corso dei secoli che viene triturata in questa macina infernale che l’impero assiro è in grado di mettere in movimento. Molti profughi rientrano, premono, cercano di trovare accoglienza nelle regioni meridionali portando con sé materiale, documenti, tradizioni e il regno di Giuda sopravvive in un contesto piuttosto ambiguo. Si allea nel 734 a.C. con l’impero assiro, ma questo significa comunque accettare una condizione di vassallaggio, pagare tributi, cosicchè il crollo è rinviato di qualche anno, ma inevitabile. Alla fine del secolo, il regno di Giuda è invaso, rimane soltanto Gerusalemme, 721 a.C. Un episodio che poi segna un’epoca, una tappa fondamentale nella maturazione della coscienza del popolo di Dio perché nell’anno 701 il regno di Giuda è completamente occupato e Gerusalemme assediata, ma non viene conquistata. L’esercito assiro si ritira: un episodio che lasciò una traccia indelebile nella coscienza dei contemporanei e le generazioni successive custodiranno la certezza incrollabile che Gerusalemme, per quanto potrà essere assediata, non sarà mai conquistata.
E’ vero poi che l’impero assiro entra in un processo di decadenza; nel corso del VII secolo, un’altra potenza viene intravista, emerge, si impone – il regno neo-babilonese – e sarà proprio Nabucodonosor, re di Babilonia, che assedierà e distruggerà Gerusalemme; ma bisogna aspettare l’anno 597 e poi il 586 a.C.
Michea vive nell’VIII secolo, tempo del re Ezechia, re di Giuda, 726 a.C a seguire. Dal regno di Giuda lo sguardo è proiettato su tutto quello che sta avvenendo nel contesto che, dal punto di vista istituzionale, fa riferimento a un altro regno – regno di Israele – ma in realtà sono tribù che fan parte di un’unica storia, di un’unica identità, di un’unica alleanza: è il regno di Israele che è venuto meno e il regno di Giuda non si trova in una situazione migliore; i dati storici sono macroscopici: testimonianze di un disastro irreparabile in corso. Ma quello che Michea coglie, come dato decisivo in tutto questo contesto, è la venuta del Signore. Non “viene” il re d’Assiria, non “viene” chissà quale calamità: questa è la ridondanza, il rigurgito anche tempestoso, travolgente, catastrofico, ma è il rigurgito dovuto al fatto che il Signore avanza. Il Signore ha preso l’iniziativa perché Lui, il Signore, ha qualcosa da dire a noi che siamo il popolo dell’alleanza e, attraverso noi, al mondo. A noi, perché in realtà è la nostra storia che è inquinata, è la nostra risposta che è deficitaria, è la nostra relazione con Lui che è già squalificata e non solo perché quelli del nord sono ormai naufragati in un abisso infernale, ma perché questa è la condizione nostra che pure siamo sopravvissuti e potremmo in qualche modo ritenerci meritevoli di chissà quali gratificazioni.
I primi cinque capitoli sono da attribuire a questo profeta di nome Michea, mentre il seguito (cap. 6 e 7) sono invece testimonianza di un altro profeta – anonimo (deutero-Michea) – che è vissuto qualche tempo prima nel regno del nord.

Dio irrompe sulla scena del mondo
Cap. 1, vv. 1-4: “Parola del Signore, rivolta a Michea di Morèset, al tempo di Iotam, di Acaz e di Ezechia, re di Giuda. Visione che egli ebbe riguardo a Samaria (Samaria è la capitale del regno del nord, regno di Israele) e a Gerusalemme”. I versetti da 2 a 16, la pagina introduttiva di questo libro, sono il motivo ispiratore di tutta la predicazione profetica di Michea. Predicazione significa aver a che fare con un pover’uomo di questo mondo che si è reso conto di essere interpellato, chiamato, coinvolto in una relazione con la parola del Signore; è chiamato ad ascoltare perché il Signore ha qualcosa da dire, avanza, e questo ribollimento della coscienza diventa testimonianza. E’ l’ascolto della Parola che fa di un pover’uomo come Michea un profeta, non il gusto di gridare o l’eloquenza del linguaggio o la sapienza dell’insegnamento. Il profeta può anche essere un uomo muto: è profeta in quanto ascoltatore della Parola.
Udite, popoli tutti! (viene convocato, in uno scenario cosmico, il coro universale dei popoli; quello che sta avvenendo ha una rilevanza di portata ecumenica)
Fà attenzione, o terra,
con quanto contieni! (sono convocati tutti ma anche messi sull’attenti: zitti!)
Il Signore Dio sia testimone contro di voi,
il Signore dal suo santo tempio (siamo tutti coinvolti in un’avventura grandiosa che ci impone un discernimento radicale).
Poiché ecco, il Signore esce dalla sua dimora (è Lui che si presenta in qualità di contestatore, che prende l’iniziativa, che irrompe sulla scena)
e scende e cammina
sulle alture del paese (è un’immagine maestosa);
si sciolgono i monti sotto di lui
e le valli si squarciano
come cera davanti al fuoco,
come acque versate su un pendio”. Questa sua solennità, per altri versi agilissima, si muove dando forma ad un’armonia leggera; ripercussioni che vengono registrate negli effetti di ordine naturale: l’immagine di un vulcano in eruzione, un terremoto, una frana, l’alluvione; tutte immagini che servono ad illustrare la comparsa del Signore. Viene Lui.

L’infedeltà di Samaria, ma anche di Gerusalemme
Vv. 5-7: “Tutto ciò per l'infedeltà di Giacobbe (il Signore viene perché ha motivo di contestare Giacobbe. Giacobbe è Israele, termine che ancora può servire a precisare quella porzione del popolo che raccoglie le tribù del nord; ma Giacobbe è anche un nome che serve ad indicare la totalità delle tribù. Michea parla di Israele nel senso specifico di quel regno settentrionale che proprio in quegli anni sta scomparendo e nel senso più ampio che serve a identificare il popolo intero e ci tiene a rimarcare che quanto avviene alle tribù del nord coinvolge anche la tribù di Giuda, il regno di Giuda, questa porzione meridionale del popolo che sembra essere rimasta intatta, indenne) e per i peccati della casa di Israele.
Qual è l'infedeltà di Giacobbe?
Non è forse Samaria (Samaria è la capitale e viene indicata come il centro della profanazione idolatrica)?
Qual è il peccato di Giuda?
Non è forse Gerusalemme? Gerusalemme è la capitale del regno di Giuda e vedete che quel che capita a Samaria riguarda anche Gerusalemme, quel che capita alle tribù del nord riguarda anche la tribù di Giuda: la storia del nostro popolo viene visitata con tanta energia e con tanta precisione dal Signore, che è uscito dalla sua dimora. Tutta la predicazione di Michea è determinata da questa esperienza radicale di questa presenza che avanza, che incombe, che si afferma come protagonista della storia e, dunque, è un’esperienza radicalmente contemplativa che mette lui stesso in questione in prima persona in quanto attento interlocutore di questa presenza che afferma la propria inesauribile volontà di orientare la storia di un popolo, la storia umana verso quella pienezza che Egli ha annunciato fin dall’inizio: è il Dio vivente che si è manifestato mediante le sue promesse e, in rapporto a questa sua iniziativa originaria, è fedele, coerente, inesauribilmente puntuale. L’infedeltà di Giacobbe appare in tutta la sua macroscopica gravità, ma questo dobbiamo constatarlo anche a riguardo di Giuda.
Ridurrò Samaria a un mucchio di rovine in un campo,
a un luogo per piantarvi la vigna.
Rotolerò le sue pietre nella valle,
scoprirò le sue fondamenta.
Tutte le sue statue saranno frantumate (un richiamo esplicito all’idolatria. L’idolatria non è soltanto devozione rivolta a certe figure artificialmente costruite, ma significa tutto un rigurgito della coscienza umana che vuole trovare in se stessa il principio della propria affermazione nella vita, del proprio successo nel mondo, della propria capacità di gestire e dominare le cose: l’iniziativa umana che si afferma come protagonista. Qui è l’urto radicale tra la presenza viva del Signore, che rivendica quello che è Suo, e il ripiegamento sistematico, puntiglioso, prepotente dell’iniziativa umana, che pretende di affermarsi come detentrice di un valore assoluto, magari accompagnando questa affermazione con devozioni, con una sentimentale effusione di religiosità anche molto calorosa e molto diffusa)
tutti i suoi doni andranno bruciati,
di tutti i suoi idoli farò scempio
perchè messi insieme a prezzo di prostituzione
e in prezzo di prostituzione torneranno”. L’idolatria è un grande fenomeno di prostituzione; è la pretesa umana (ne parlavamo leggendo il libro della Sapienza) di affermarsi come abilitata a dominare il mondo, e tutto viene ridotto a oggetti di cui gli uomini possono avvalersi a loro piacimento; anche le persone umane sono oggetti. In realtà l’idolatria è un macroscopico fenomeno di infernale riduzione di se stessi alla misura delle cose, è l’autocondanna all’inferno della nostra coscienza umana.
Samaria precipita nel vortice di questa idolatria, che le è diventata connaturale e che coinvolge il vissuto, l’organizzazione civile, l’impianto sociale, il governo, la politica internazionale: quel che conta è riuscire a trovare il meccanismo che consenta di schierarsi dalla parte del potere e si diventa “divini” nel momento in cui si è in grado di individuare il principio del potere e di esercitarlo. Bisogna trovare quell’aggancio, quell’ingranaggio, quel meccanismo che consenta questa capacità di strumentalizzare il potere a vantaggio della propria iniziativa umana.

Lamento sulle città del regno di Giuda
Vv. 8-16: “Perciò farò lamenti e griderò (è Michea a cuore aperto; c’è in lui un dolore acuto, straziante che non trova consolazione)
me ne andrò scalzo e nudo,
manderò ululati come gli sciacalli,
urli lamentosi come gli struzzi,
perché la sua piaga è incurabile
ed è giunta fino a Giuda (Giuda è infetta come Samaria, “noi siamo come loro”),
si estende fino alle soglie del mio popolo,
fino a Gerusalemme”. Che dolore! Un pericolo che incombe come una piaga che si sta estendendo, una minaccia che ormai tocca Gerusalemme, la capitale del regno di Giuda, la sede della dinastia davidica, la sede del tempio.
Michea vive in una campagna e grida, come adesso qui ha dichiarato, e il suo lamento si sviluppa fino al v. 16 in una serie di echi che raccolgono la partecipazione di una serie di città. Vengono elencati un po’ di nomi, in gran parte sconosciuti: sono dodici città del territorio di Giuda (per dire tutte). Questo suo lamento, questo suo “ululare come gli sciacalli”, riecheggia uno strazio che forse rimane silenzioso, privo di linguaggio, nascosto, custodito negli animi ancora grezzi di tanti suoi contemporanei; ma lui non ha dubbi: noi siamo coinvolti in un’avventura dolorosissima. Nell’elenco delle dodici città di Giuda che partecipano a questo lamento corale, l’attenzione poi si rivolge puntualmente a Gerusalemme: “Non l'annunziate in Gat,
non piangete in Acri,
a Bet-le-Afrà avvoltolatevi nella polvere.
Emigra, popolazione di Safìr,
nuda, nella vergogna;
non è uscita la popolazione di Zaanàn.
In lutto è Bet-Esel;
egli vi ha tolto la sua difesa.
Si attendeva il benessere
la popolazione di Maròt,
invece è scesa la sciagura
da parte del Signore
fino alle porte di Gerusalemme.
Attacca i destrieri al carro,
o abitante di Lachis!
Essa fu l'inizio del peccato
per la figlia di Sion,
poichè in te sono state trovate
le infedeltà d'Israele.
Perciò sarai data in dote a Morèset-Gat,
le case di Aczìb saranno una delusione
per i re d'Israele (altro che difesa, altro che garanzia).
Ti farò ancora giungere un conquistatore,
o abitante di Maresà,
egli giungerà fino a Adullàm,
gloria d'Israele.
Tagliati i capelli, rasati la testa
per via dei tuoi figli, tue delizie;
renditi calva come un avvoltoio,
perchè vanno in esilio
lontano da te”. Questa è Gerusalemme. Questo riguarda le tribù del nord che sono deportate? Questo, per Michea, è uno scorcio che si apre nella storia contemporanea per intravedere la prospettiva in cui si inserisce anche la vicenda del regno meridionale: questo riguarda noi.

Dal v. 1 del cap. 2 fino a tutto il cap. 3 una sequenza di oracoli che ci illustrano i motivi di questo intervento così clamoroso, irruento, travolgente per il popolo di Dio. Per Michea la notizia non consiste nel fatto che l’impero assiro è in espansione, ma nel fatto che il Signore è uscito dalla sua dimora: viene Lui, la nostra storia è visitata da Lui, noi siamo alle prese con Lui. Questo è determinante nel caso di Michea, ma è determinante nella testimonianza dei profeti: noi siamo alle prese con Lui e non è un’entità astratta, teorica, evanescente; è il protagonista della nostra storia.
Cap. 2-3: sei oracoli. Due terne messe in parallelo. Motivi di questa accusa, di questa contestazione così aspra che il Signore manifesta nei confronti dei suo popolo.

Contro gli avidi e i prepotenti
Cap. 2, vv. 1-5, primo oracolo: “Guai a coloro che meditano l'iniquità
e tramano il male sui loro giacigli;
alla luce dell'alba lo compiono,
perchè in mano loro è il potere (vedete come è rapido il passaggio dal progetto malvagio all’efficacia della sua attuazione)
Sono avidi di campi e li usurpano (la contestazione è rivolta alla sfacciataggine della prepotenza, compiuta in piena luce, che si manifesta nei soprusi che i prepotenti di turno si permettono nei confronti di coloro che sono in condizioni di debolezza e sovvertono così tutto l’ordine antico perché la terra è stata distribuita fin dal tempo dell’ingresso nella terra promessa. Ricordate quando Giosuè distribuì la terra tribù per tribù, poi, all’interno, clan per clan, famiglia per famiglia; adesso quell’ordine che tutto rimanda all’iniziativa di Dio, tutto interpreta come dono Suo, eredità ricevuta da Lui, è tragicamente, spudoratamente sovvertito),
di case, e se le prendono.
Così opprimono l'uomo e la sua casa,
il proprietario e la sua eredità (nell’espressione “sono avidi” è usato il verbo che compare nel decimo comandamento: “non desiderare”; qui è proprio il desiderio che è elaborato, coltivato, esasperato e diventa motivo portante e garanzia auto-giustificatrice di comportamenti così ingiusti e prepotenti. Il desiderio, l’avidità diventano il titolo di merito per sopraffare la debolezza altrui).
Perciò così dice il Signore:
«Ecco, io medito contro questa genìa
una sciagura da cui non potran sottrarre il collo
e non andranno più a testa alta,
perchè sarà quello tempo di calamità.
In quel tempo
si comporrà su di voi un proverbio
e si canterà una lamentazione: «E' finita!»,
e si dirà: «Siamo del tutto rovinati!
Ad altri egli passa l'eredità del mio popolo;
- Ah, come mi è stata sottratta! -
al nemico egli spartisce i nostri campi».
Perciò non ci sarà nessuno
che tiri la corda per te,
per il sorteggio nell'adunanza del Signore”. Michea non se la prende con i cosiddetti nemici; ci saranno quelli che diranno: “mi è stata sottratta la mia eredità” ma non c’è niente da fare, dice Michea. Siamo alle prese con gentaglia che merita solo di essere messa al giogo. Questi prepotenti di adesso non sono altro che ridicoli personaggi che meritano gli sberleffi e poi non c’è prospettiva di avvenire: “non ci sarà nessuno che tiri la corda per te”, che giochi a tuo favore in una futura redistribuzione della terra.

Contrasto con gli avversari
Vv. 6-11, secondo oracolo. Facciamo conoscenza con i falsi profeti e ne parleremo ancora perché Michea è particolarmente impegnato sul fronte del conflitto sulla falsa profezia che vorrebbe in tutti i modi tranquillizzare gli animi e, anzi, trovare, negli eventi che si stanno svolgendo, i segni di una benedizione confermata: “dobbiamo essere contenti così”. Questa interpretazione gratificante, consolatrice, in qualche modo addirittura beatificante, per Michea è uno sbrodolamento. Dice: “Non profetizzate!”. E’ usato il verbo “nataf”, un modo di parlare che in realtà non dice niente, sono sbrodolamenti inconcludenti. Uno scontro diretto: “«Non profetizzate!» - «Ma devono profetizzare».
«Non profetizzate riguardo a queste cose!»
- «Ma non si terrà lontano l'obbrobrio»” (sono proprio i falsi profeti che ritengono di essere in dovere di tenere lontano l’obbrobrio quando Michea sta dicendo “guardate che l’obbrobrio ci invade”).
V. 7 sui falsi profeti che pongono domande retoriche perché sono loro che si ritengono in dovere di tenere lontano l’obbrobrio (occorre cambiare la traduzione): “E' forse maledetta la casa di Giacobbe (sarebbe come dire che l’antica benedizione rivolta da Dio ai patriarchi, la promessa originaria è stata rinnegata. Non è possibile? Domanda retorica)?
E' forse stanca la pazienza del Signore,
o questo è il suo modo di agire (domande retoriche)?
Non sono forse benefiche le sue parole
per chi cammina con rettitudine?”. Il Signore è generoso con gli innocenti che sarebbe come dire “noi siamo in una situazione di innocenza”. Questi falsi profeti vantano il diritto che spetta al popolo, a questa porzione di popolo che è sopravvissuta e che sta riemergendo come garanzia di stabilità per l’avvenire, vantano un titolo di innocenza. Domande retoriche: è certo che il Signore con gli innocenti non può essere rigido, intransigente e severo.
Vv. 8-9. Nel libretto di Michea è molto importante cogliere tutto il dibattito che è in atto, ma è un dibattito interiore perché questa falsa profezia ritorna, rigurgita, riemerge sempre come una componente del nostro discernimento. E’ Michea che parla: “Ma voi come nemici
insorgete contro il mio popolo (questa innocenza che date per scontata non c’è).
Da chi è senza mantello
esigete una veste (altro che innocenza; rapacità. Qui sono in questione i profughi, provenienti dal regno di Israele, che inermi stanno chiedendo asilo)
dai passanti tranquilli,
un bottino di guerra.
Cacciate le donne del mio popolo
fuori dalla casa delle loro delizie,
e togliete ai loro bambini il mio onore per sempre (vedove e orfani trattati senza alcun riguardo).
V. 10: Su, andatevene,
perchè questo non è più luogo di riposo (Michea fa eco alla reazione indispettita di coloro che dicono “non se ne può più con tutti questi profughi”)
Per una inezia esigete un pegno insopportabile” (lo fate pagare. Pensate di essere innocenti “il guaio è loro, noi non c’entriamo e ci riteniamo meritevoli di una benedizione confermata quando i fatti dimostrano esattamente l’opposto”).
Nel v. 11 Michea registra anche quella che spesso e volentieri è l’approvazione popolare, generalizzata nei confronti dei falsi profeti: “Se uno che insegue il vento
e spaccia menzogne dicesse:
«Ti profetizzo in virtù del vino e di bevanda inebriante»,
questo sarebbe un profeta
per questo popolo”. Il popolo è contento – dice Michea – quando ha a che fare con uomini che sanno brindare, ma è gente che poi insegue il vento, non acchiappa niente; ed è contento perché pensa di aver trovato il profeta di cui aveva bisogno.

Promessa di salvezza
Vv. 12-13, altro oracolo. Michea sta denunciando di nuovo l’illusione della falsa profezia: “Certo ti radunerò tutto, o Giacobbe,
certo ti raccoglierò, resto di Israele.
Li metterò insieme come pecore in un sicuro recinto,
come una mandria in mezzo al pascolo,
dove muggisca lontano dagli uomini (una situazione garantita, inattaccabile).
Chi ha aperto la breccia li precederà;
forzeranno e varcheranno la porta
e usciranno per essa;
marcerà il loro re innanzi a loro
e il Signore sarà alla loro testa”. Il gregge e il pastore – immagini che tornano anche altrove, anche nel vangelo secondo Giovanni – come garanzia di stabilità inattaccabile.

Contro gli uomini di potere
Cap. 3, v. 1-4, quarto oracolo: “Io dissi (ricordate il discorso della Montagna: Gesù, a più riprese, “ma io vi dico”, “fu detto, ma io vi dico”): «Ascoltate, capi di Giacobbe (Michea avverte urgentissimo il bisogno di controbattere le illusioni dei falsi profeti), voi governanti della casa d'Israele:
Non spetta forse a voi conoscere la giustizia (c’è di mezzo il pervertimento del diritto che poi è l’equilibrio di tutta la relazione di alleanza tra il Signore e il suo popolo)?
Nemici del bene e amanti del male,
voi strappate loro la pelle di dosso
e la carne dalle ossa» (una violenza scatenata che viene imputata ai governanti, ai responsabili. Michea si rivolge direttamente alle persone di riferimento, che hanno specifiche competenze di ordine civile e qui, proprio, la squallida gestione del potere in nome della propria posizione burocratica).
Divorano la carne del mio popolo
e gli strappano la pelle di dosso,
ne rompono le ossa e lo fanno a pezzi
come carne in una pentola, come lesso in una caldaia.
Allora grideranno al Signore,
ma egli non risponderà (in rapporto a questa violenza scatenata che peraltro segue le forme dell’assolutismo istituzionale per cui abbiamo a che fare con un dissesto che è proprio intrinseco alle strutture della nostra vita civile);
nasconderà loro la faccia, in quel tempo,
perchè hanno compiuto cattive azioni”.

Contro i falsi profeti
Vv. 5-8, quinto oracolo: “Così dice il Signore
contro i profeti che fanno traviare il mio popolo (i falsi profeti che usano la bocca per traviare; quella bocca che dovrebbe servire per comunicare, per produrre un messaggio è bocca che serve per sbranare: sono i divoratori),
che annunziano la pace
se hanno qualcosa tra i denti da mordere,
ma a chi non mette loro niente in bocca
dichiarano la guerra.
Quindi per voi sarà notte
invece di visioni,
tenebre per voi invece di responsi.
Il sole tramonterà su questi profeti
e oscuro si farà il giorno su di essi.
I veggenti saranno ricoperti di vergogna
e gli indovini arrossiranno;
si copriranno tutti il labbro,
perchè non hanno risposta da Dio” (vedete questa descrizione dei veggenti che non vedono niente perché sono al buio; sono intrappolati dentro l’esperienza di una vergogna disgustosa).
Mentre io son pieno di forza (è un momento di forte testimonianza in prima persona) con lo spirito del Signore,
di giustizia e di coraggio,
per annunziare a Giacobbe le sue colpe,
a Israele il suo peccato”.

Contro i capi che curano solo i loro interessi
Vv. 9-12, un sesto oracolo: “Udite questo, dunque,
capi della casa di Giacobbe (adesso sono interpellate tutte le classi dirigenti che hanno rinunciato alle proprie responsabilità),
governanti della casa d'Israele,
che aborrite la giustizia e storcete quanto è retto,
che costruite Sion sul sangue (sono in atto lavori pubblici trasformati in una fonte di lucro per promuovere l’interesse privato)
e Gerusalemme con il sopruso;
i suoi capi giudicano in vista dei regali,
i suoi sacerdoti insegnano per lucro,
i suoi profeti danno oracoli per denaro (re, sacerdoti, profeti le categorie di riferimento dove la concordia è trasversale: le categorie, così diversificate, sono coerenti nel perseguire l’utile privato delle singole categorie e di ciascuno).
Osano appoggiarsi al Signore dicendo:
«Non è forse il Signore in mezzo a noi?
Non ci coglierà alcun male»”. La presenza di Dio è incompatibile con quella disgrazia che è capitata ad altri, ma che non può capitare a noi. E Michea:
Perciò, per causa vostra,
Sion sarà arata come un campo
e Gerusalemme diverrà un mucchio di rovine,
il monte del tempio un'altura selvosa”. Quello che viene considerato come il sacramento garanzia dell’appartenenza al Signore è un sacramento ribaltato, capovolto, è un sacramento che sta a testimoniare che la presenza di Dio è incompatibile con l’ingiustizia nostra: questa è l’incompatibilità reale.

Ora diamo uno sguardo ai capitoli 4 e 5. Dopo gli oracoli che illustravano il motivo di quella contestazione, adesso una serie di oracoli che illustrano il superamento di quella contestazione: Michea guarda oltre il dramma in atto che, come ha dichiarato, non si potrà evitare. E questo superamento della contestazione, questo sguardo che va oltre il passaggio attraverso il dramma in corso che già ha travolto le tribù del nord e che incombe sul regno di Giuda, viene qui espresso in forma dialogica, più esattamente di disputa. Leggiamo una serie di brani che contengono gli elementi essenziali di dispute tra i falsi profeti e Michea; Michea e i falsi profeti. Per leggere il testo occorre ricorrere all’aiuto di qualche tecnico; ma il senso non è incomprensibile, né riservato agli specialisti.

Il regno di Dio è universale: un unico Dio per un’unica storia
Cap. 4, vv.1-5. Primo brano. Michea dice la sua, fino al v. 4; poi i falsi profeti:
Alla fine dei giorni
il monte del tempio del Signore (l’oracolo che leggiamo qui è presente anche nel libro di Isaia, nel cap. 2)
resterà saldo sulla cima dei monti
e s'innalzerà sopra i colli
e affluiranno ad esso i popoli (l’afflusso di una processione che convoglia la moltitudine umana verso Gerusalemme);
verranno molte genti e diranno:
«Venite, saliamo al monte del Signore
e al tempio del Dio di Giacobbe;
egli ci indicherà le sue vie
e noi cammineremo sui suoi sentieri»,
poichè da Sion uscirà la legge
e da Gerusalemme la parola del Signore.
Egli sarà arbitro tra molti popoli
e pronunzierà sentenza fra numerose nazioni;
dalle loro spade forgeranno vomeri,
dalle loro lame, falci.
Nessuna nazione alzerà la spada contro un'altra nazione
e non impareranno più l'arte della guerra.
Siederanno ognuno tranquillo sotto la vite
e sotto il fico
e più nessuno li spaventerà,
poichè la bocca del Signore degli eserciti ha parlato!”. La forza attrattiva della Parola che da Gerusalemme esercita il suo influsso sulla storia umana: tutti i popoli della terra partecipano a questa unica grande avventura, che giunge a porre fine alle guerre e quindi a questa riconciliazione con la vita – in una forma così semplice e pacifica ma anche così intensa, affettuosa, pregnante – di tutte quelle energie di comunione che verranno trasmesse ad altri ancora, nella prospettiva di una ricomposizione ecumenica della storia degli uomini.
V. 5, i falsi profeti: “Tutti gli altri popoli
camminino pure ognuno nel nome del suo dio,
noi cammineremo nel nome del Signore Dio nostro,
in eterno, sempre”. Un’affermazione esclusivista: “noi abbiamo il nostro dio, gli altri popoli se la vedano con il loro”. E’ come se Michea desse voce a tanti dibattiti che avvengono nei nostri ambienti e nell’animo nostro: “tutti gli altri popoli camminino pure, facciano quello che vogliono, a casa loro, nella loro storia”, come se le storie fossero diverse. “E’ un’unica storia – dice Michea – un’unica famiglia, un’unica moltitudine umana, unico è il Signore. Noi camminiamo nel nome del Signore Dio nostro, in eterno; ma chi è questo Signore, Dio nostro, se non è l’unico Signore protagonista di un’unica storia che raccoglie in sé la partecipazione di tutte le creature nel tempo e nello spazio?”.

Il gregge disperso sarà radunato
Vv. 6-8. Michea parla nei vv. 6-7, poi i falsi profeti.
“«In quel giorno - dice il Signore - (Michea guarda sempre avanti)
radunerò gli zoppi,
raccoglierò gli sbandati (Michea ha detto: è inevitabile il disastro, Gerusalemme sarà ridotta in macerie, come già capitato a Samaria e gli esuli ritornano, gente invalida, malconcia, derelitta)
e coloro che ho trattato duramente.
Degli zoppi io farò un resto,
degli sbandati una nazione forte.
E il Signore regnerà su di loro
sul monte Sion,
da allora e per sempre (la regalità del Signore si manifesterà attraverso la presenza di questa comunità di gente derelitta dove l’identità, che conserva e che prolunga al di là di tutti i fallimenti nella storia umana la presenza del popolo di Dio, è riconosciuta a coloro che proprio in quanto debolissimi, sono divenuti sacramento della regalità del Signore).
V. 8 (falsi profeti): “E a te, Torre del gregge,
colle della figlia di Sion, a te verrà,
ritornerà a te la sovranità di prima,
il regno della figlia di Gerusalemme». I falsi profeti si rivolgono a Gerusalemme con il titolo di “Torre del gregge” per dire che Gerusalemme è restaurata in quanto capitale, sede del potere che viene esercitato con la stessa perentoria presunzione di prima; tutta un’altra cosa.

Attraverso la prova, la vera liberazione
V. 9 (falsi profeti): “Ora perché gridi così forte? (i falsi profeti non capiscono perché Gerusalemme si lamenti) Non c'è forse nelle tue mura alcun re?
I tuoi consiglieri sono forse periti,
perchè ti prendono i dolori come di partoriente?”. Secondo i falsi profeti Gerusalemme non ha motivo per rammaricarsi perché è la sede di una dinastia regale, la corte funziona e i consiglieri stanno al loro posto.
V. 10, Michea: “Spasima e gemi, figlia di Sion, come una partoriente,
perchè presto uscirai dalla città
e dimorerai per la campagna
e andrai fino a Babilonia (questa è un’aggiunta del redattore, perché al tempo di Michea Babilonia è ancora fuori del contesto).
Là sarai liberata,
là il Signore ti riscatterà
dalla mano dei tuoi nemici”. L’esilio è inevitabile – per questo il lamento di Gerusalemme – ma è proprio l’esilio che, con tutto lo strazio, il turbamento delle coscienze, il disordine della vita pubblica che comporterà, diventerà strada di redenzione, strada aperta, strada di liberazione. I falsi profeti annunciano un messaggio per cui è inutile lamentarsi, non è il caso di preoccuparsi, non c’è niente da temere. Invece Michea dice “lamentiamoci con tutta la passione perché qui si tratta non di illudere la gente affermando che ce la facciamo; non ce la faremo affatto e proprio quel dramma a cui non potremo sottrarci diventerà via di redenzione: “là il Signore ti riscatterà
dalla mano dei tuoi nemici”.

L’ottimismo sterile dei falsi profeti
Vv. 11-14: i falsi profeti fino al v. 13, ancora una visione ottimistica. E’ un’interpretazione un po’ banale perché Michea non è un pessimista. E’ un contemplativo che è buttato nel crogiolo della storia del suo popolo – che è la storia sua e dell’umanità – con un’inesauribile, totale confidenza non nell’iniziativa umana che può vantare qualche residuo di presentabilità squallidissima, ma nell’iniziativa fedele del Signore, nella coerenza della sua Parola; e là dove il Signore viene e ci contesta noi possiamo fidarci solo di Lui. In Lui, contestati, ridotti a una schiera di zoppi, sciancati, derelitti, troveremo la conferma della vocazione che ci chiama alla pienezza della vita non per una prerogativa privata, ma per un disegno di salvezza che riguarda la storia dell’umanità intera.
Ora si sono adunate contro di te
molte nazioni
che dicono: «Sia profanata
e godano i nostri occhi
alla vista di Sion».
Ma esse non conoscono
i pensieri del Signore
e non comprendono il suo consiglio,
poichè le ha radunate
come covoni sull'aia.
Alzati e trebbia, figlia di Sion,
perchè renderò di ferro il tuo corno
e di bronzo le tue unghie
e tu stritolerai molti popoli:
consacrerai al Signore i loro guadagni
e le loro ricchezze al padrone di tutta la terra (risolverai tutte le crisi)”.
Michea, v. 14: “Ora fatti incisioni, o figlia dell'orda (qui c’è un problema di traduzione: Michea fa riferimento a una situazione di prova; una prova stritolante, micidiale a cui Gerusalemme, il regno e la popolazione intera non possono sottrarsi), han posto l'assedio intorno a noi,
con la verga percuotono sulla guancia
il giudice d'Israele”. La realtà non è che noi siamo in grado di stritolare i nostri avversari, ma che siamo percossi, colpiti, aggrediti, imprigionati; ma è proprio vero che questo tempo di prova è rivelazione per noi della fedeltà con cui il Signore porterà a compimento le sue promesse; è la sua Parola che, attraverso lo strazio di un inevitabile esilio, ci riporterà alla pienezza di quel disegno che corrisponde all’intenzione di Dio per raccogliere in unità la famiglia umana.

Nella piccolezza, la gloria della dinastia di Davide
Cap. 5, Michea fino al v. 3: “E tu, Betlemme di Efrata (Betlemme, nel vangelo secondo Matteo, quando i magi vanno da Erode: “dove nasce il re di Giuda?” Viene rievocato il valore della dinastia davidica in rapporto alla umiltà degli inizi, Davide) così piccola per essere fra i capoluoghi di Giuda,
da te mi uscirà colui
che deve essere il dominatore in Israele;
le sue origini sono dall'antichità,
dai giorni più remoti.
Perciò Dio li metterà in potere altrui
fino a quando colei che deve partorire partorirà;
e il resto dei tuoi fratelli ritornerà ai figli di Israele (la promessa messianica riguardante il discendente di Davide è una promessa che non costituisce una garanzia magica, ma si compirà in modo coerente con gli inizi di questa vicenda).
Egli starà là e pascerà con la forza del Signore,
con la maestà del nome del Signore suo Dio.
Abiteranno sicuri perché egli allora sarà grande
fino agli estremi confini della terra (la grandezza di quel pastore che ha come suo titolo qualificante la piccolezza che lo ha reso minuscolo fra i suoi fratelli, il “piccolo di casa”)

La diversa visione dei falsi profeti
e tale sarà la pace (i falsi profeti, vv.4-5. Cambia proprio il tono):
se Assur entrerà nella nostra terra
e metterà il piede sul nostro suolo,
noi schiereremo contro di lui
sette pastori e otto capi di uomini,
che governeranno la terra di Assur con la spada,
il paese di Nimròd con il suo stesso pugnale.
Ci libereranno da Assur,
se entrerà nella nostra terra
e metterà piede entro i nostri confini”. Tutto scontato, come se questo fosse il messaggio che ottiene il consenso della devozione popolare nel compiacimento generalizzato.

Il resto di Israele
Di nuovo Michea, v. 6: “Il resto di Giacobbe (ecco come Michea vede ciò che resterà di Israele, dopo tutto quello che si prospetta e a cui sarà impossibile sfuggire) sarà, in mezzo a molti popoli,
come rugiada mandata dal Signore
e come pioggia che cade sull'erba,
che non attende nulla dall'uomo
e nulla spera dai figli dell'uomo (il dono di Dio: quelli che sono passati attraverso l’esilio, quelli che già sono stati deportati provenienti dalle regioni settentrionali, quello che succederà ancora per il futuro; la presenza di questo residuo che passerà attraverso il crogiolo dell’esilio è una presenza benefica, dolcissima, consolatrice).
V 7: Allora il resto di Giacobbe sarà,
in mezzo a popoli numerosi,
come un leone tra le belve della foresta,
come un leoncello tra greggi di pecore,
il quale, se entra, calpesta e sbrana
e non c'è scampo”. Vedete come i falsi profeti danno questa immagine radicalmente contrapposta a quella precedente: il futuro della nostra storia dipende dalla violenza con cui il “leone” saprà dominare la scena, la prepotenza preventiva, urgente, indiscriminata per cui non ci deve essere scampo per nessuno. E i falsi profeti aggiungono un’invocazione, v. 8: “La tua mano si alzerà
contro tutti i tuoi nemici,
e tutti i tuoi avversari
saranno sterminati (un’invocazione che chiede sia approvata questa visione del compito, affidato al popolo dell’Alleanza, di esercitare la violenza).

Il vero liberatore è il Signore
Vv. 9.14: “In quel giorno – dice il Signore – (è Michea che parla)
distruggerò i tuoi cavalli in mezzo a te
e manderò in rovina i tuoi carri (c’è una nota ironica in questo messaggio perché tutte quelle pretese dei abbarbicarsi al potere dell’iniziativa umana saranno spazzate via, senza possibilità di recupero);
distruggerò le città della tua terra
e demolirò tutte le tue fortezze.
Ti strapperò di mano i sortilegi
e non avrai più indovini (la magia: insieme al potere militare il potere magico, il potere della comunicazione, dell’imbroglio, della mistificazione. Non per niente Michea è così fortemente determinato nell’opporsi alla falsa profezia, che non è un dato che sta fuori di lui, sta anche dentro di lui).
Distruggerò in mezzo a te
le tue sculture e le tue stele,
nè più ti prostrerai
davanti a un'opera delle tue mani (in questa prospettiva inevitabile che comporta la disintegrazione dell’iniziativa umana sbugiardata in tutte le sue espressioni – dalla forza militare, all’illusione della magia, alla devozione idolatria – finalmente si apre e si illumina la via della liberazione: “estirperò da te”).
Estirperò da te i tuoi pali sacri,
distruggerò i tuoi idoli.
Con ira e furore,
farò vendetta delle genti,
che non hanno voluto obbedire”.

Quella scena che contemplavamo, la teofania monumentale all’inizio di tutto, è espressione di come sia urgente da parte del Signore l’intenzione di contestarci e conferma da parte Sua la volontà di liberarci. In questo travaglio inevitabile che si prospetta per noi, un messaggio che vale come pedagogia per tutte le nazioni della terra: quello che riguarda il popolo dell’Alleanza, dice Michea, assume un valore esemplare, pedagogico che si illumina come prospettiva di redenzione per tutta la famiglia umana.

 

 

Lectio divina

Profetti Minori 2010-11


  • 5 Ottobre 2010
    Il Signore avanza; ha da dirci qualcosa